Pets

8 07 2008

Pets è una delle mie sit-com preferite, MTV per un periodo ha trasmesso le due stagioni in orario preserale di durata media di 10 minuti l’una. Dallo sceneggiato tv è poi nato una vera e propria trasmissione, stile David Letterman Show, che aveva come conduttori due dei protagonisti del telefilm, Travor ed Hamish. A questo “spin off” ho sempre preferito la sit-com originale, anche perchè i due pupazzi dello show non erano quelli autentici (e si vedeva ad occhio nudo).

Pets ha per protagonisti 4 animali da compagnia (se non consideriamo il pesciolino rosso morto), che sono in sequenza:

Hamish. Un setter irlandese dal pelo arancione intento per alcuni episodi a togliersi la vita. Sfortunatamente non ci riesce mai, muore solo quando è impegnato a far altro: ovvero quando tiene in ostaggio il pappagallo o quando la gatta e il pappagallo - intenti ad estrargli l’asta dell’aspirapolvere infilata nel deretano - decidono di salvare l’aspirapolvere e non lui. In un’altro episodio diviene il delfino di un’importante famiglia mafiosa ma per aspirare al ruolo di ‘don’ deve necessariamente uccidere qualcuno, delegherà il pappagallo con scarsi risultati. Tra i 4 animali è quello più colto, legge libri e possiede un linguaggio forbito. E anche quello con le situazioni più interessanti.

Travor. E’ un bulldog a pelo grigio che per tutte e due le stagioni è intento a fare sesso con qualsiasi oggetto animato ed inanimato della casa, il tavolino della cucina e il divano nel salotto sono i suoi preferiti. Come letture ama sfogliare Playboy, Penthouse e Hustler, visto l’uso che ne fa potete immaginare quanto impegno ci vuole a finirli di ‘leggere’ senza macchiarli. A causa della sua foga sessuale una sera finisce anche per ingravidare la gatta, che risolverà il problema dei cuccioli sul nascere, in barba a tutti i partiti anti-abortisti. Il suo linguaggio è volgare e rozzo. Per protesta una volta ha sparso le sue feci sul muro del salotto e quando non è osservato va a bere di nascosto l’acqua del water con la cannuccia.

Davina. E’ uno splendido esemplare di gatto persiano, è una depressa psicotica strafatta di farmaci a causa del fidanzato Vince sempre assente che si limita a spedirle lettere e cartoline dai suoi eterni viaggi ma che non si fa vedere mai. A queste missive la gatta risponde con minacce di morte, anche molto truci che però non la aiutano con la depressione. Le lettere sono le uniche cose che legge quando è seduta sulla lettiera. Per il resto della giornata è impegnata è mandare affanculo i suoi coinquilini e a gettare buste dell’immondizia, piene di non si sa cosa, nel water. Suppongo che si tratti dei gatti che si porta a letto, uhm…

JP. E’ un pappagallo spennacchiato che vive assieme agli altri, è un depravato asociale che in ogni puntata ricorda al pubblico che ama bere la propria urina. In più ama collezionare e creare oggetti strani: ha una collezione di farfalle che ama puntare con gli spilli, una collezione di spazzolini da denti appartenuti a grandi star e ha fatto con le proprie mani e con mezzi di fortuna i propri figli.

Ultimi ma non ultimi abbiamo 2 vermi che vivono nello stomaco di Travor che amano discutere di album di artisti angloamericani e relativamente spettegolarci su.

La trama è del tutto surreale. I pets non si muovono mai da casa, quindi tutte le vicende sono ambientate nelle fetide e diroccate mura domestiche, ne succedono di tutti i colori: sacrilegi egiziani, rapimenti alieni, sparatorie tra mafiosi, feste alle 2 di notte a cui Hamish non è mai invitato, il ritorno di Jack lo Squartatore, presa di ostaggi, gatte ingravidate da cani etc. etc. I presupposti per farsi due risate veloci ci sono tutti.
Il linguaggio utilizzato è molto sboccato ma con stile, ci si limita ad espressioni quali ‘cazzo’, ‘vaffanculo’, e derivati. E visto che sono inglesi le parolacce calzano pefettamente all’interno del corpo del discorso dato che non vengono enfatizzate da nessun accento in particolare e quindi figurarsi se diano fastidio a qualcuno. Se uscite con le orecchie sanguinanti allora siete dei bacchettoni.

Consigliato ai sedicenni in su. Mi vado a guarda una puntata, intanto un assaggio con Travor.

Sigla





My name is Earl

21 06 2008

Se in questi anni la celluloide USA è entrata in crisi è perchè forse gli studios invece di investire su film con una sceneggiatura originale, cast stellare, regista di tutto rispetto hanno preferito ricorrere al ‘vendemo che è meglio’ e hanno prodotto lavori dalla facile presa ma dalla breve durata: dagli american pie agli scary movies, dai supereroi ai sequel lasciandosi dietro una foresta di idee troppo azzardate per essere promosse a lungometraggio. My name is Earl è una di queste idee azzardate, è uno dei motivi per cui l’industria cinematografica americana è in crisi: se riescono a realizzare un prodotto eccellente per la tv, perchè andare al cinema allora? I telefilm americani sono quelli migliori sulla piazza.
My name is Earl parla di un ladro disgraziato, senza etica, senza meta, senza presente, senza futuro che passa le giornate a fregare il prossimo. Vive in una roulotte con una donnina che gli ha dato due bambini, entrambi non suoi, ma che s’è comunque sposato perchè era ubriaco. Il fratello del protagonista è un alcolizzato inebetito che non ne combina una giusta. La vita di Earl è costellata da sfighe, quindi - grazie al provvidenziale intervento di Carson Daily - decide di dedicarsi al Karma e di mettere una toppa su tutte le sue malefatte per ritrovare la speranza, per vivere meglio prima che lo stesso karma lo sotterri.

Lo scenario dove si svolgono le varie vicende è quello della provincia, l’umanità è quella proletaria e minoritaria con le varie rappresentanze: stranieri, clandestini, gay, galeotti, furfanti, neri, handicappati. Nonostante la desolazione dell’enviroment e dei protagonisti il telefilm si mantiene su toni ironici, divertenti, a volte volutamente sopra le righe. Il karma a volte agisce fin troppo velocemente, del resto l’azione deve svolgersi in 40 minuti quindi si va di fretta. Sta ancora da capire se Earl vuole recuperare tutte le sue malefatte perchè è pentito o semplicemente perchè vuole approfittare di una dottrine buddista per un proprio tornaconto, ma questo si potrà sapere soltanto nelle prossime stagioni. Per chi è indeciso consiglio la visione dell’episodio pilota, una dose massiccia di risate.

Bella Earl!

my name is earl prima stagione





Dirotta su Cuba

28 05 2008

Annozero spostato a venerdì per un “dietro le quinte” del concerto di Vasco.

ROMA - Lettera di Santoro a Petruccioli: «Vi scrivo per protestare vibratamente contro la decisione, che non ci è stata mai comunicata, di programmare Annozero nella stessa serata in cui va in onda la partita Italia-Belgio di calcio. Si tratta di una scelta assurda che non avrebbe avuto luogo in nessuna televisione del mondo. E non soltanto perché il nostro pubblico è, come a tutti noto, un pubblico sovrapposto a quello del calcio; ma perché le partite della Nazionale sono, come «Annozero», uno degli appuntamenti principali di servizio della Rai. Ciò per altro -sottolinea Santoro- avviene proprio quando avevamo deciso di dedicare una serata al film di Paolo Sorrentino, «Il Divo», che ha appena avuto un enorme successo al festival di Cannes, senza che la televisione abbia mostrato le immagini della premiazione. Cambiare il giorno di programmazione della trasmissione di punta di una rete quando è all’apice del successo, per far posto non al concerto di Vasco Rossi ma a un «dietro le quinte» dall’assai incerto risultato -sottolinea ancora Santoro- è stata già di per sè una scelta sbagliata e controproducente. Ma abbiamo dato il nostro consenso per sottolineare l’atteggiamento di piena collaborazione con la Direzione di Rete che ha contraddistinto quest’anno il nostro lavoro. Non possiamo però accettare passivamente, una volta per Benigni, una volta per Vasco Rossi, un’altra per la Nazionale -prosegue il conduttore- la continua mortificazione di un gruppo produttivo e di un programma che fino a prova contraria, porta alla Rai introiti pubblicitari e ascolti di tutto rilievo». «Il buonsenso porterebbe a rinunciare all’appuntamento ma, in questo caso, contribuiremmo anche noi a penalizzare il cinema italiano che la Rai dovrebbe valorizzare in tutti i modi. Chi pagherá le conseguenze delle decisioni sbagliate? Il pubblico prima di tutto. E cosa dice il codice etico a questo proposito?».





Enzo Biagi è stato cacciato dalla Rai

23 05 2008

Enzo Biagi, in Rai dal 1961, è ritenuto l’inventore dell’approfondimento informativo. Dal 1995 conduce Il fatto, in onda su Rai1 subito dopo il Tg delle 20, dove il giornalista commenta la notizia del giorno. La trasmissione è seguita da una media di 6 milioni di telespettatori, con punte fino a 10 milioni. E’ il programma più visto della Rai, con uno share medio del 25%.

Biagi è in Rai in forza di un contratto annuale che scade alla fine di ogni anno solare. Una clausola stabilisce che in mancanza di nuova stipula per iscritto, il contratto si intende tacitamente rinnovato, salvo disdetta di una delle parti da comunicarsi all’altra entro 3 mesi dalla naturale scadenza.

Pochi mesi prima delle elezioni politiche del 2001, poi vinte da Berlusconi, Biagi ospita Indro Montanelli e Roberto Benigni, che non lesinano critiche al futuro premier.

Intervista a Montanelli

Intervista a Benigni

Da qui incominciano i problemi per Biagi. Con l’avvento del governo Berlusconi mutano i vertici Rai ed emergono problemi sulla collocazione de Il fatto. I nuovi dirigenti vogliono spostarlo per dare spazio ad un programma più lungo (almeno 20 minuti), in grado – così dicono di fare concorrenza a Striscia la Notizia, il Tg satirico di Canale5.
Tratto da Difesa dell’informazione

Il 18 aprile 2002 Berlusconi da Sofia sostiene che ‘Biagi, Santoro, Luttazzi fanno un uso criminoso del servizio pubblico’ . Il ‘provvedimento’ prende il nome de

L’editto bulgaro

In questo video - dove si fa un discorso molto più ampio sulla censura inflitta ai due giornalisti e al comico, che vengono anche intervistati - lo stesso Biagi parla di una raccomandata a.r ricevuta da Saccà per evitare il rinnovo del contratto in Rai. E inoltre, nella stessa trasmissione Il Fatto, Biagi parla proprio del suo licenziamento voluto dall’allora ed attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi:

L’ultima puntata de Il Fatto su Rai 1

Anche Gomez e Travaglio nel loro libro Regime parlano della censura a Biagi:

Sulla natura politica della censura a Biagi c’è poco da dire. Aveva più volte criticato Berlusconi, tanto da essere menzionato nel famoso “editto bulgaro”. E i problemi per Biagi incominciano proprio con la vittoria elettorale di Berlusconi, dopo che i vertici Rai vengono ricoperti da Saccà e Del Noce, suoi fedelissimi.

Quanto agli “elementi presuntivi” della censura, innanzitutto va considerato il successo di pubblico che il programma di Biagi riscuoteva, tanto da essere il più visto della Rai (dai 6 ai 10 milioni di telespettatori). E’ evidente la natura “masochistica” dell’atto di soppressione del programma, che testimonia la volontà dei vertici Rai di assecondare una volontà politica esterna, a danno della stessa Rai.

Inoltre, il comportamento adottato dai vertici Rai per giustificare la soppressione de Il fatto abbonda di contraddizioni. Ad esempio, la necessità di battere la concorrenza di Striscia la Notizia con un programma più lungo, mentre al posto de Il fatto viene mandato in onda Max & Tux, ancora più breve del programma di Biagi, che dimezzerà gli ascolti Rai facendo impennare quelli di Striscia la Notizia; le alternative offerte a Biagi che snaturano il programma e ne mutano l’oggetto, quale quella di andare in onda prima del Tg1 affrontando “questioni internazionali”; la pretesa dei vertici Rai di controllare la scaletta della trasmissione curata da un giornalista di chiara fama e quarantennale esperienza.

Un comportamento che assume particolare rilevanza è poi la richiesta avanzata al direttore del programma di una Tv concorrente (Antonio Ricci, Striscia la Notizia) di fare in modo che la sua trasmissione non strapazzi più di tanto Max & Tux, quella che ha sostituito Il fatto. A parte l’assoluta mancanza di professionalità che l’atteggiamento denota (oltre all’ingenuità di credere che Antonio Ricci potesse prestarsi a un simile gioco), qui vi è la prova che i vertici Rai erano perfettamente consapevoli che la soppressione de Il fatto avrebbe provocato un crollo degli ascolti.

Vi è poi il boicottaggio del tentativo di Rai3 di ospitare il programma di Biagi, adducendo prima problemi di bilancio, poi la circostanza che, nelle previsioni dei censori, Il fatto collocato dopo il Tg3 avrebbe ottenuto un misero 5% di share. E’ paradossale addurre problemi di budget per la trasmissione più vista della Rai, considerando la raccolta pubblicitaria che garantisce. Ma è ancora più paradossale ostacolarne la messa in onda paventando un basso share, dopo averla tolta da una fascia oraria che ne raccoglieva uno medio del 25%!

Alla luce di queste considerazioni, appare grottesco l’invio a Biagi della raccomandata a.r. per impedire il rinnovo naturale del contratto. Al di là degli inevitabili giudizi etici che stimola un simile comportamento, è sorprendente come i vertici Rai abbiano potuto pensare che l’adozione di un ordinario strumento di risoluzione dei rapporti giuridici potesse ricondurre l’intera fattispecie nei binari della legalità. Quella raccomandata non fa altro che peggiorare le cose, poiché prova che ogni precedente comportamento è stato posto in essere al solo scopo di impedire che Biagi potesse prestare qualunque attività giornalistica in favore della Rai. E’ come se il proprietario di un immobile pensasse di risolvere impunemente un contratto di locazione mandando rituale disdetta alla scadenza, dopo aver tenuto il conduttore per più di un anno senza luce, acqua e gas nella speranza che rilasciasse spontaneamente l’immobile.

Dopo la fine del mandato di Berlusconi e l’instaurazione del governo Prodi, il 22 aprile 2007 Biagi torna in Rai, questa volta su Rai 3 con il suo nuovo programma RT - Rotocalco Televisivo, prima di spegnersi nel novembre dello stesso anno.

Viva la libertà di informazione





Chi ha paura di Marco Travaglio?

19 05 2008

Sono indecisa sul proverbio da utilizzare per la situazione che D’Avanzo malauguratamente ha creato a sè stesso: Chi va con lo zoppo impara a zoppicare? Scavarsi la fossa da solo? Tirarsi una zappata sui piedi? Che la volpe rifiuta l’uva - perchè troppo in alto - chiamandola marcia?
Forse quest’ultimo proverbio calza più degli altri. Il caro D’Avanzo - non potendo dimostrare il vero - si è accontentato del probabile e ci ha costruito attorno un articolo che seppur con la buona intenzione di fare un parallelismo tra il caso Schifani e quello Travaglio pecca di presunzione, dato che basa le sue considerazioni su assunti diversi. Impegnato a dimostrare che il metodo Travaglio si può ritorcere contro allo stesso giornalista che lo applica ha dimostrato che il metodo D’Avanzo non è certo meglio, visto che si basa su fonti di terzo grado e su notizie pubblicate prima ancora di essere verificate. L’assurdità di D’Avanzo sta proprio in questi termini:
Accusa il metodo Travaglio (che sarebbe basarsi su fonti ufficiali e quindi sulla certezza della notizia) di essere pericoloso e controproducente e per dimostrare i rischi di questo metodo cosa fa? Basa la sua inchiesta su presunte fonti che poi sono state smentite. Dapprima sostiene che è stato l’avvocato di D’Aiello ad informarlo che il suo assistito aveva pagato il conto dell’albergo a Travaglio. L’avvocato di D’Aiello smentisce addirittura di essere entrato mai in contatto con D’Avanzo. Quindi  quest’ultimo ha ricevuto tale informazione non dall’avvocato di D’Aiello, nè da D’Aiello stesso ma bensì da una persona vicina all’avvocato di D’Aiello, il quale ha saputo la notizia grazie all’avvocato che ha avuto la notizia dal suo assistito. E questa persona chi è? Che fa? Esiste almeno? Questa sarebbe la certezza della fonte? Per parafrasare Marco, forse intendeva le fonti termali.

Insomma D’Avanzo, in parole povere, ha voluto dire che Travaglio parlava bene ma razzolava male ma ha dimostrato invece che Travaglio non prendicava affatto e che il suo metodo va più che bene visto che è stato proprio il metodo Travaglio a dimostrare come D’Avanzo e il giornalismo in generale si basa su fonti non certe ma opinioni sicure. Per dirla all’italiana D’avanzo ha fatto una grande figura di merda.

andy potts - Listen More, Talk Less





Ma come parla bene

17 05 2008

Travaglio da Fazio: legittima la critica al presidente Schifani

Fin dagli anni ’70 ha detenuto quote e amministrato società siciliane partecipate da soggetti poi condannati per gravi reati come l’associazione di tipo mafioso, l’usura e l’estorsione. Nel 1995 è stato nominato consulente all’urbanistica e al piano regolatore per il comune di Villabate, dalla giunta retta da un sindaco parente del capomafia Mandalà, che due anni dopo sarà sciolta d’Autorità per accertate infiltrazioni mafiose. E’ questa la parte peggiore del curriculum di Renato Schifani, eletto senatore di Forza Italia nel 1996 grazie ai voti ottenuti nel collegio elettorale di Corleone, oggi presidente del Senato della Repubblica.

Schifani non risulta essere stato indagato dalla magistratura. Tuttavia, quelle amicizie mal si conciliano con la dirittura morale che dovrebbe caratterizzare chi incarna la più alta carica istituzionale dopo quella di presidente della Repubblica. Ed è proprio questo il succo della critica mossa da Marco Travaglio intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” la sera del 10 maggio. Una critica che ha scatenato reazioni bipartisan, tutte tese a fare quadrato attorno al neopresidente del Senato. Ad eccezione di Di Pietro, che ha rivendicato il diritto di critica di Travaglio.

Una critica che si basa su circostanze documentate da fonti ufficiali (provvedimenti giudiziari, visure camerali, decreti, etc.), e che come tali rappresentano il massimo grado di verità putativa, la cui sussistenza esonera il giornalista da qualsiasi responsabilità. Travaglio ha formulato una critica riportando fatti la cui esistenza è incontrovertibile, perché ufficialmente veri.

Nessun dubbio circa la sussistenza dell’interesse pubblico, data l’importanza sia del personaggio Schifani che dei fatti addebitatigli. Anche se si trattasse di fatti lontanissimi, il presidente del Senato non potrebbe certo rivendicare una sorta di diritto all’oblìo, improponibile per un personaggio pubblico del suo calibro, soprattutto in considerazione delle funzioni pubbliche ora esercitate. Peraltro, la consulenza prestata in favore del comune di Villabate, poi sciolto per mafia, è relativamente recente. E, per gli stessi motivi, nemmeno può condividersi l’opinione di Violante, ex magistrato antimafia, che ha definito “pettegolezzo” quanto raccontato da Travaglio, quasi quei fatti rientrassero nella sfera privata di Schifani.

Sbaglia poi l’ottimo Giuseppe D’Avanzo nel suo recente articolo pubblicato su “Repubblica” dal titolo “Non sempre i fatti sono la realtà”, laddove sostiene che Travaglio, con le sue affermazioni, voleva indurre il telespettatore a concludere che Schifani è un mafioso. In pratica, D’Avanzo imputa a Travaglio la violazione del requisito della continenza formale, che consiste proprio nell’adozione, da parte del giornalista, di artifici tali da indurre il lettore/telespettatore ad imputare a chi è oggetto di cronaca fatti più gravi di quelli formalmente citati.

A parte il fatto che nella critica il requisito della continenza formale va valutato con minor rigore rispetto a quanto si esige nella cronaca, consistendo la critica in un giudizio che, per forza di cose, non può pretendersi obiettivo. In ogni caso, la critica di Travaglio non aveva per oggetto la mafiosità di Schifani (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate ed appurate frequentazioni (che sono un fatto). In altre parole, non è necessario essere riconosciuti come mafiosi per diventare indegni di ricoprire altissime cariche istituzionali. E’ questo il messaggio di natura etica che Travaglio ha voluto lanciare.

Assolutamente fuori luogo, poi, le violazioni addebitate da quasi tutti i leader delle forze politiche a Travaglio (e indirettamente alla Rai), consistenti in primo luogo nella mancanza di un contraddittorio. Una motivazione, questa, ormai consueta, adottata principalmente per criminalizzare il comportamento di chi vuole fare informazione. Ma palesemente illogica. Il contraddittorio non ha senso quando vengono citati fatti acquisiti da fonti ufficiali. Nel caso specifico, l’applicazione del principio del contraddittorio porterebbe ad una conseguenza assurda. Nel medesimo contesto vi sarebbe da una parte Travaglio, giornalista, quindi vincolato al dovere deontologico di verità, che cita fatti tratti da fonti ufficiali, quindi veri per definizione. Dall’altra Schifani, un politico, portatore di un interesse di parte, quindi fazioso per definizione, per giunta chiamato ad esprimersi su questioni che lo riguardano personalmente, che per ovvi motivi darebbe una versione di quei fatti in contrasto con le fonti ufficiali, o che addirittura potrebbe negare ogni cosa, ma con le stesse possibilità comunicative di Travaglio. Con il risultato di insinuare nel telespettatore il dubbio circa la verità dei fatti sostenuti da Travaglio e contenuti in fonti ufficiali.

Qui la pretesa del contraddittorio origina da una errata interpretazione del concetto di par condicio, che non ha nulla a che vedere con l’informazione. La par condicio riguarda la comunicazione politica, che deve consentire alle diverse forze politiche di relazionarsi con l’elettore in condizioni di parità. Di qui la necessità del contraddittorio, che è sempre tra politici. Ma pretendere l’applicazione della par condicio (quindi del contraddittorio) anche all’informazione significa porre sullo stesso piano chi ha l’obbligo deontologico di dire la verità con chi non solo è estraneo a tale obbligo, ma ha tutto l’interesse a fornire una versione dei fatti contraria a verità.

E le stesse conclusioni possono trarsi con riferimento al diritto di replica, nel caso specifico richiesto da Beppe Giulietti, altro non essendo che un contraddittorio differito.

Con ogni probabilità la querela per diffamazione sporta da Schifani nei riguardi di Travaglio verrà archiviata già nella fase dell’indagine preliminare. Più o meno come accaduto per il caso Satyricon. Ma la querela rischia di trasformarsi in un micidiale boomerang per il presidente del Senato. Perché la probabile archiviazione, riconoscendo il diritto di critica, verrà motivata sulla base della sostanziale verità dei fatti citati da Travaglio.

Al limite, l’unico passo su cui Travaglio potrebbe rischiare è l’aver associato alla muffa il Presidente del Senato. Ma, in realtà, quella affermazione sarebbe riconducibile al diritto di satira, basata essenzialmente sul paradosso e sulla esagerazione e che da sempre caratterizza lo stile del giornalista torinese. La muffa è il punto di arrivo della parabola discendente che nel pensiero di Travaglio contraddistingue la vita politica degli ultimi quindici anni, e che ha visto diventare protagonisti soggetti dai comportamenti eticamente non impeccabili. Tra questi lo stesso Schifani, che nel discorso di Travaglio logicamente precede la formazione della muffa. Nessuna identificazione tra la muffa e Schifani, quindi. Ma (secondo gli insegnamenti della giurisprudenza) coerenza causale tra dimensione pubblica del personaggio e contenuto del messaggio satirico: ossia tra quanto di negativo rappresenta nella critica di Travaglio la nomina di Schifani a presidente del Senato, in considerazione dei suoi trascorsi siciliani, e la necessità di reagire per la ricostituzione di un’etica pubblica.

avv. Antonello Tomanelli





Quando sei in difficoltà, ridi ridi!

16 05 2008

Oggi ho visto il tg tre del pomeriggio. Mi faccio compagnia con la tv quando sono affacendata, visto che su rete 4 c’era emilio l’abusivo ho optato per il tiggì che tutte le repubbliche democratiche non ci invidiano (perchè ne hanno più d’uno così). Mentre lo ascolto ci rimango un po’ di cacchio, ma cavolo un tiggì che da le notizie! Non s’è mai visto. Si parlava di Zapatero che ha accusato di xenofobia il governo italico, che le misure di sicurezza che l’esecutivo vuole adottare non son ben viste dall’opposizione e dal capo dello stato. Insomma tutto il contrario di Studio Aperto. E senza manco quelle facce di cazzo a presentare…

Ad un certo punto però l’anchor man manda un video comunicato sindacale in cui l’intera redazione del tg 3 si dissocia dalla decisione del Cda della Rai di spostare tutti i programmi di approfondimento di rai 3 (tipo primopiano) in tarda nottata.
Il comunicato dice che tale provvedimento è atto a modificare la divulgazione dell’informazione così come la conosciamo (che è già poca). Insomma non è proprio un editto bulgaro, ma un esilio da Marzullo si. Questa volta la dittatura mediatica sta attaccando l’informazione alla lontana sperando che nessuno se ne accorga perchè pensano che la massa sia cogliona. Anche io penso che lo sia perchè continua a non volermi smentire.
Per una volta che voglio avere torto no eh? Vabbè, tra un po’ comincia il tg 5 con Mr. Zeppola, buona visione.

 

 

Judge in a box - andy potts

 





Just can’t get enought

14 05 2008

Ancora sulla questione Travaglio.

Nell’ultimo periodo ho letto diversi articoli (di giornalisti e blogger) riguardo l’aggressione di Sgarbi nei confronti di Travaglio (chiamarla rissa è un eufemismo) e l’intervento di quest’ultimo al programma di Fazio Che tempo che fa.
La cosa che mi ha sconcertato nel leggere tali contributi è il linguaggio utilizzato. Ormai sia la plebe (i blogger) che chi è addentro (i giornalisti) utilizzano termini presi in prestito dal mondo politico e dall’informazione massificata, è tutto basato sul qualunquismo, giustizialismo, demagogia, antiberlusconismo. Tutti -ismi  di cui immagino nessuno sappia spiegarsi il significato preciso. A scuola mi hanno insegnato che -ismo associato all’arte (Dadaismo, Cubismo…) indicava un gruppo di persone che avevano in comune un programma, un punto di vista che volevano attuare, al di fuori di questo contesto -ismo, associato ad altre parole, assume invece un significato negativo.
A mio modesto parere tali termini sono utilizzati dalle persone che usano le parole per sciacquarsi la bocca, visto che non riescono a formulare un’opinione critica di ciò che gli accade intorno e quindi chiedono aiuto a quel vocabolario che non gli appartiene solo per qualificare i propri pensieri - che sono oramai fotocopiati - per dare credito a ciò che dicono e a ciò che gli dicono di pensare.
Il problema è proprio questo, gli attacchi a Travaglio non sono altro che una forzatura e per di più gratuita. Travaglio non è come Berlusconi, Hitler, Mussolini, Stalin, Beppe Grillo, Vittorio Sgarbi che usano toni aspri e teatrali per parlare con la folla. Questa gente non c’ha mai provato a parlare con la folla, hanno sempre detto alle masse cosa pensare. Perchè si deve evitare che la massa pensi sennò sarebbero finiti tutti i governi.
L’arma di Travaglio è ben diversa, non ha mai urlato, sbaitato, gozzovigliato, anche quando Sgarbi gli ha vomitato addosso gli insulti è rimasto dove stava invece di cavargli gli occhi come un comune essere umano avrebbe fatto al suo posto. Marco si è sempre limitato nei toni, anche ai V Day, perchè la verità non ha bisogno di un aiuto da parte dell’oratore, fa già il suo effetto nuda (di opinioni) e cruda (nei fatti).
Il problema fondamentale di Marco è proprio questo, i suoi interventi - sempre pacati - fanno si che la gente si incuriosisca e vada a controllare di persona. Fino in fondo.
La sua non è mai un’informazione passiva ma è finalizzata proprio a sviluppare questo meccanismo della ricerca di conferme perchè - come ha detto Montanelli - lui fa riferimento all’archivio e non al sentito dire.
E come puoi rispondere ad una persona che si basa sui fatti? Con altri fatti che gli vanno contro. Mentre noto che sia al web sia all’informazione massificata piace ciarlare del più e del meno, rispondendo a ciò che Travaglio dice perchè documentato (vogliamo negare che Schifani non abbia avuto rapporti con mafiosi? Vogliamo negare che Berlusconi sia anche lui un condannato e che si sia fatto leggi ad personam per sè e per i suoi? Vogliamo negare il passato di Dell’Utri, Previti, Mangano? Insomma volete che vi sputi in faccia e rida di voi) con parole, con -ismi senza se e senza ma.

Marco Travaglio è inattacabile, perchè se la canta e se la suona da solo. Ha parlato della scomparsa dei fatti in un libro, e l’informazione e il web continua a dargli ragione, è stato querelato 8 volte per il suo L’odore dei soldi perchè era andato a curiosare nelle tasche del premier (e tutte le 8 volte assolto), ha perso una causa contro Confalonieri - di cui ha pubblicato la sentenza sul suo blog - e ha parlato in tv del background di Schifani. Tutto sempre, in modo chiaro e limpido. Neh, ma cara tv ma caro web che cazzo rompi? Mi chiedo io.

E mi rispondo anche. La psicologia delle masse il suo valore scientifico ce l’ha, la massa è tutta compatta e lobotomizzata e alle iniezioni adrenaliniche di verità risponde con lo shock anafilattico visto che ormai è disabituata a pensare con la propria testa e ad avere un opinione critica nei confronti della realtà. Ormai la massa della realtà se ne sbatte, ha bisogno solo di intrattenimento che tv e governi sono disposti a dargli anche tramite decoder. E io proprio di questo ho paura, ho paura della gente, ho paura di questa moltitudine compatta che è capace di mandare in parlamento un ladro e che critica chi invece cerca solo di fare chiarezza, chi vuole aiutarli a comprendere, chi cerca di fargli riacquisire il senso della realtà. Ma cosa siamo diventati? Degli squadristi? Tutto questo mi fa schifo. I valori si sono capovolti. Tutto questo mi fa schifo. 1984.
E noi negli anni ‘80 ci siamo dentro fino al collo.

Iniezione di Travaglio e andateve affanculo





L’ho già detto?

11 05 2008

E’ tutto un puttanaio

e Fazio è un paraculo.

Voglio scendere!





Cahier de doléances

7 05 2008

Dalle varie critiche alla cultura di massa emergono comunque alcuni “capi d’accusa” di cui è necessario tenere conto.

a) I mass media si rivolgono a un pubblico eterogeneo e si specificano secondo “medie di gusto” evitando le soluzio­ni originali.

b) In tal senso, diffondendo su tutto il globo una “cultura” di tipo “omogeneo”, distruggono le caratteristiche cul­turali proprie di ogni gruppo etnico.

c) I mass media si rivolgono a un pubblico inconscio di sé come gruppo sociale caratterizzato; il pubblico quindi non può manifestare delle esigenze nei confronti della cultura di massa, ma deve subire le sue proposte senza sapere che la subisce.

d) I mass media tendono a secondare il gusto esistente senza promuovere rinnovamenti della sensibilità. Anche quan­do sembrano rompere con delle tradizioni stilistiche, di fat­to si adeguano alla diffusione, ormai omologabile, di stilemi e forme oramai da tempo diffuse a livello della cultura supe­riore e trasferitesi a livello inferiore. Omologando quanto è stato ormai assimilato, svolgono funzioni di pura conserva­zione.

e) I mass media tendono a provocare emozioni vive e non mediate; in altri termini, invece di simboleggiare una emozione, di rappresentarla, la provocano; invece di suggerir­la, la consegnano già confezionata. Tipico in questo senso il ruolo dell’immagine rispetto al concetto; oppure della musica come stimolo di sensazioni anziché come forma contemplabile.

f) I mass media, immessi in un circuito commerciale, so­no sottomessi alla “legge della domanda e dell’offerta”. Quin­di danno al pubblico solo ciò che esso vuole o, quel che è peggio, seguendo le leggi di una economia fondata sul consumo e sostenuta dall’azione persuasiva della pubblicità, sug­geriscono al pubblico cosa deve desiderare.

g) Anche quando diffondono i prodotti della cultura su­periore li diffondono livellati e “condensati” in modo da non provocare alcuno sforzo nel fruitore; il pensiero viene riassun­to in “formule”; i prodotti dell’arte vengono antologizzati e comunicati in piccole dosi.

h) In ogni caso anche i prodotti della cultura superiore vengono proposti in una situazione di completo livellamento con altri prodotti di trattenimento; in un settimanale a roto­calco il servizio su un museo d’arte viene equiparato al pet­tegolezzo circa il ‘matrimonio della diva’.

i) I mass media incoraggiano perciò una visione passi­va ed acritica del mondo. Viene scoraggiato lo sforzo perso­nale per il possesso di una nuova esperienza.

l) I mass media incoraggiano una immensa informazio­ne circa il presente (riducono nei limiti di una cronaca attuale sul presente anche le eventuali riesumazioni sul passato) e intorpidiscono perciò ogni coscienza storica.

m) Fatti per il trattenimento e il tempo libero, sono stu­diati per impegnare solo il livello superficiale della nostra at­tenzione. Viziano in partenza il nostro atteggiamento, e per­ciò anche una sinfonia, ascoltata attraverso un disco o la ra­dio, sarà fruita nel modo più epidermico, come indicazione di un motivo fischiettabile, non come un organismo estetico da penetrare in profondo mediante una attenzione esclusiva e fedele.

n) I mass media tendono ad imporre simboli e miti dalla facile universalità, creando dei “tipi” di immediata ricono­scibilità e perciò riducono al minimo l’individualità e la concretezza e delle nostre esperienze e delle nostre immagini, at­traverso le quali noi dovremmo realizzare esperienze.

o) Per far questo lavorano sulle opinioni comuni, su­gli endoxa, e quindi funzionano come una continua ricon­ferma di ciò che noi già pensiamo. In questo senso svolgono sempre una azione socialmente conservatrice.

p) Si sviluppano quindi, anche quando fingono spregiu­dicatezza, sotto il segno del più assoluto conformismo, nel campo dei costumi, dei valori culturali, dei principi sociali e religiosi, delle tendenze politiche. Favoriscono proiezioni ver­so modelli “ufficiali”.

q) I mass media si presentano quindi come lo strumento educativo tipico di una società a sfondo paternalistico, in superficie individualistica e democratica, sostanzialmente tenden­te a produrre modelli umani eterodiretti. Visti più a fondo appaiono una tipica ‘”sovrastruttura di un regime capitalisti­co” usata a fini di controllo e di pianificazione coatta delle co­scienze. Infatti mettono apparentemente a disposizione i por­tati della cultura superiore ma svuotati dell’ideologia e del­la critica che li animava. Assumono i modi esteriori di una cultura popolare, ma anziché crescere spontaneamente dal bas­so vengono imposti dall’alto (e della cultura genuinamente popolare non hanno i sali, gli umori, la vitalissima e sana volgarità). Come controllo delle masse svolgono una funzione che in certe circostanze storiche avrebbero svolto le ideologie religiose. Mascherano questa loro funzione di classe manife­standosi invece sotto l’aspetto positivo della cultura tipica di una società del benessere dove tutti hanno le stesse Occasioni di cultura in condizioni di perfetta eguaglianza”.

Ciascuna delle proposizioni elencate è sottoscrivibile e do­cumentabile. C’è da chiedersi se il panorama della cultura di massa e la sua problematica vengano esaurite da questo elen­co di imputazioni. E a questo proposito occorrerà ricorrere ai “difensori” del sistema.

Tratto da Apocalittici e Integrati di Umberto Eco

 

andy potts