Berlusconi Silvio

15 04 2008

L’Italia si è espressa. Vabbè, andate a farvi fottere.

Ecco chi avete votato:

Berlusconi Silvio (Pdl)

Anagrafe Nato a Milano il 29 settembre 1936, primo di tre figli (due maschi e una femmina) di Luigi Berlusconi, impiegato alla Banca Rasini, e Rosa Bossi, casalinga.
Curriculum Laurea in Giurisprudenza; venditore di spazzole elettriche porta a porta; fotografo di cerimonia; bassista e cantante di piano bar su navi da crociera; costruttore; imprenditore; Cavalie­re del lavoro; finanziere; assicuratore; editore di tv e giornali; radio e portali Internet; produttore e distributore cinematografico; presi­dente del Milan; piduista; imputato; politico; 4 legislature (1994, 1996,2001,2006).
Soprannome Sua Emittenza, Cavaliere, Banana, Bellachioma, Psiconano e Testa d’Asfalto (B. Grillo), Caimano (N. Moretti), Cainano.
Segni particolari Come tutti i difensori della famiglia che si ri­spettano, è divorziato e ha almeno due famiglie. Dalla prima mo­glie, Carla Elvira Dall’Oglio sposata nel 1965, ha avuto due figli (Marina e Piersilvio); dalla seconda, Miriam Bartolini in arte Vero­nica Lario, conosciuta nel 1980, convivente clandestina dal 1982, uffìcializzata nel 1985 e sposata nel 1990, ha avuto tre figli (Barba­ra, Eleonora e Luigi). Dal 1974 abita ad Arcore a Villa San Marti­no, già villa Casati Stampa, ottenuta a poco prezzo da un’orfana minorenne, per giunta assistita dall’avvocato Cesare Previti. Non ha mai detto chi fossero i soci della finanziaria luganese Finanzie­rungesellshaft fur Residenzen Ag, controllante la sua prima società edile, Edilnord Sas, fondata nel 1963. Non ha mai rivelato chi ci fosse dietro ad altre due misteriose fiduciarie ticinesi, la Cofigen (legata al finanziere Tito Tettamanti) e la Eti AG Holding (ammi­nistrata dal finanziere Ercole Doninelli), che nel 1973 lo aiutarono a creare la Italcantieri Srl. Non ha mai spiegato perché nel 1974 si mise in casa un «fattore», Vittorio Mangano, che in realtà era un mafioso, previo incontro a Milano con i boss Stefano Bontate, Vit­torio Teresi e Francesco Di Carlo (incontro ritenuto provato dal Tribunale di Palermo, che ha condannato Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Non ha mai dichiarato (”mi avvalgo della facoltà di non rispondere”) da dove venissero i circa 250 milioni di euro (valore di oggi, di cui almeno una quindi­cina in contanti) che gli piovvero dal cielo fra il 1978 e il 1983 e andarono ad alimentare le esangui casse delle 24 (poi salite a 37) società finanziarie denominate «Holding Italiana» 1,2,3 e così via che compongono la Fininvest. Non ha mai svelato perché, a metà degli anni Settanta, durante la costruzione di Milano 2, il suo nome non compariva mai ai vertici delle Sue società, schermato da una miriade di prestanomi: casalinghe, ragionieri, notai, elettricisti, un. cecoslovacco di novant’anni colpito da ictus e paralizzato in carroz­zella, persino un parente di Tommaso Buscetta.

Nel 1975, in un condominio di Milano 2, nasce una tv via cavo, Telemilano 58, che passerà ben presto all’etere come Canale 5. Nel 1977, appena divenuto Cavaliere del lavoro, Berlusconi entra nel capitale de «il Giornale», fondato nel 1974 da Indro Montanelli. Nel 1978 viene affiliato alla loggia massonica deviata e occulta «Propaganda 2» (P2) del maestro venerabile Licio Gelli, a cui è sta­to presentato dal giornalista Roberto Gervaso: tessera numero 1816, grado «apprendista muratore». Di lì a poco comincerà a rice­vere crediti oltre ogni normalità dal Monte dei Paschi e dalla Bnl (due banche con alcuni uomini-chiave affiliati alla P2). E inizierà a collaborare, con commenti di politica economica, al «Corriere del­la Sera», controllato dalla P2 tramite Angelo Rizzali e Bruno Tas­san Din. Negli stessi anni progetta una serie di speculazioni immo­biliari in Costa Smeralda, insieme al faccendiere Flavio Carboni, faccendiere a sua volta legato a personaggi della mafia e della Ban­da della Magliana. Nel 1980 fonda Publitalia ‘80, che sarà presto presieduta da Marcello Dell’Utri.
Nel 1982 acquista Italia1 da Edi­lio Rusconi e nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Ormai ha il monopolio dei network commerciali. Ma tre preto­ri, di Torino, Pescara e Roma, gli sequestrano gli impianti che con­sentono le trasmissioni illegali dei programmi in «interconnessio­ne», cioè in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Così spegne le tre tv e grida all’ «oscuramento». Craxi vara un decreto ur­gente (primo «decreto Berlusconi») per legalizzare le illegalità del­l’amico Silvio. Ma il decreto non viene convertito in legge perché incostituzionale. Craxi ne impone un altro (secondo «decreto Ber­lusconi»), minacciando i partiti alleati di andare alle elezioni antici­pate. Pochi mesi dopo Berlusconi si sdebita bloccando, per ordine di Craxi, l’acquisto della Sme dall’Iri da parte della Buitoni di Car­lo De Benedetti, alleandosi con Barilla e Ferrero e ottenendo una strana sentenza nella controversia giudizi aria che ne segue. Senten­za firmata da un giudice che riceverà denaro dagli avvocati di Ber­lusconi. Nel 1986 acquista il Milan. Intanto fallisce l’operazione La Cinq in Francia, che chiuderà definitivamente i battenti nel ‘90. Maggior successo avrà l’operazione Telecinco in Spagna, a parte un processo per frode fiscale e violazione della legge antitrust (la Spa­gna infatti ne ha una). Nel 1988 acquista la Standa.

Nel 1990, grazie a una sentenza comprata da Previti con una mazzetta Fininvest al giudice Vittorio Metta, si impossessa della Mondadori, la prima casa editrice italiana, controllata in quel mo­mento dal gruppo Caracciolo-De Benedetti e contenente, oltre al settore libri, alcune prestigiose testate: «la Repubblica», i quotidia­ni regionali Finegil, «Panorama», «L’espresso» ed «Epoca». Una suc­cessiva mediazione politica porterà alla spartizione del gruppo: «la Repubblica», «L’espresso» e giornali locali a De Benedetti, tutto il resto al Cavaliere. Nel 1990 il governo del Caf (Craxi-Andreotti­Forlani) vara la legge Mammì, detta anche «Polaroid» perché con­tiene un principio antitrust che fotografa il trust: Berlusconi può tenersi le sue tv (compresa una quota di Telepiù) e la Mondadori, deve soltanto «spogliarsi» de «il Giornale» (che gira al fratello Pao­lo). La sinistra Dc ritira i suoi cinque ministri dal governo di Giu­lio Andreotti, che li sostituisce in una notte. Negli stessi mesi il Ca­valiere si fa costruire un mausoleo funerario nel parco della villa di Arcore, progettato dallo scultore Pietro Cascella e liberamente ispi­rato alla tomba di Tutankamon.

Nel gennaio del 1994, ormai orfano dei partiti amici travolti dallo scandalo di Tangentopoli, fonda Forza Italia ed entra personal­mente in politica. «Se non lo faccio, mi arrestano e fallisco per de­biti», dice in giro. Si proclama seguace fervente di Mani Pulite, mette insieme An e la Lega (la prima alleata solo al Sud, la seconda solo al Nord) nel Polo delle Libertà. E vince le elezioni del 27 mar­zo, grazie anche alle opposizioni di centro e di sinistra, che corrono divise, e diventa presidente del Consiglio. Tenta di avere i pm Da­vigo e Di Pietro nel suo governo, ma i due magistrati rifiutano e lui ripiega su personaggi come Biondi e Previti. Il Berlusconi-1 ha vita breve. Vara il decreto Biondi, subito ribattezzato Salvaladri, per sal­vare dall’arresto il fratello Paolo e alcuni dirigenti Fininvest indaga­ti per corruzione della Guardia di finanza, ma gli alleati di An e della Lega lo costringono a ritirarlo a furor di popolo. Approva il condono fiscale, edilizio e ambientale. Il 21 novembre viene coinvolto personalmente nell’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di fi­nanza. Racconta di aver avuto un avviso di garanzia a Napoli du­rante il G8 e di averlo scoperto leggendo il «Corriere della Sera»: ma non era un avviso di garanzia, bensì un invito a comparire per spiegare un suo incontro con l’avvocato Fininvest Massimo Maria Berruti poco prima che questi depistasse le indagini sulle mazzette del gruppo alla Guardia di finanza; l’invito non gli fu recapitato a Napoli, ma a Roma; a Napoli non c’era alcun vertice del G8, ma un convegno internazionale sulla criminalità; Berlusconi non sep­pe la notizia dell’indagine dal «Corriere della Sera», ma la sera pri­ma, quando i carabinieri, inviati dal pool di Milano a Roma, gli lessero al telefono il contenuto dell’incartamento. Il 22 dicembre è costretto a dimettersi da presidente del Consiglio, dopo la mozione di sfiducia presentata dalla Lega Nord contro la riforma delle pen­sioni. La vicenda giudiziaria non c’entra nulla, ma lui racconta che la colpa è dei giudici e comincia a gridare al «ribaltone». In realtà, non c’è alcun ribaltone: il successore l’ha indicato lui nel suo mini­stro del Tesoro, Lamberto Dini, salvo poi votare contro il governo istituzionale, sostenuto cosi soltanto dalla Lega e dal centrosinistra.

Nel 1996, indagato anche per mafia e per corruzione giudizia­ria insieme a Previti (dopo l’arresto del giudice Squillante per cor­ruzione da parte della Fininvest, in seguito alle rivelazioni di Ste­fania Ariosto), Berlusconi perde le elezioni e finisce all’opposizio­ne per cinque anni. Ma il centrosinistra, diviso e rissoso, lo invita a riscrivere la Costituzione nella Bicamerale, evitando di risolvere il conflitto d’interessi e di varare una legge antitrust sulle tv e ap­provando tutte le leggi contro la giustizia previste nel suo pro­gramma (di Berlusconi, non del centrosinistra). Lui alla fine fa saltare la Bicamerale, fa pace con Bossi e rivince le elezioni nel 2001, tornando al governo per cinque anni. Cinque anni di men­zogne, di figuracce internazionali, di leggi ad personam, di condo­ni su condoni, di epurazioni e censure televisive, ma anche di mal­governo in ogni settore della vita pubblica, che lo trascinano alla sconfitta, sia pure di misura, nel 2006. Questa volta al centrosini­stra bastano due anni di baruffe, errori e omissioni per riportare Berlusconi in cima ai sondaggi, cioè in pole position per la sua quinta candidatura a Palazzo Chigi. Lui si prepara alla terza rina­scita con la solita fiumana di bugie. Raccoglierle tutte sarebbe im­possibile (rimandiamo al nostro Le mille balle blu, Rizzoli-Bur, Milano 2006). Ci limitiamo a riportare le ultime in ordine di tem­po, raccontate all’inizio di questa campagna elettorale. Per esem­pio a Tv7, dinanzi a uno sdraiato Gianni Riotta, il 14 febbraio 2008: «Mi sono battuto perché Enzo Biagi non lasciasse la Rai, ma alla fine ha prevalso in Biagi il desiderio di essere liquidato con un compenso molto elevato». O ancora: «Il nostro programma economico è già stato presentato al commissario europeo Almu­nia, il nostro ministro Tremonti ha avuto un colloquio con lui e penso che sarà condiviso». Sbigottita la replica di Joaquin Almu­nia: «Non ho ricevuto assolutamente nulla e quindi non posso aver approvato nulla» (21 febbraio 2008).

Balle a raffica anche il 12 febbraio, a Porta a Porta. «Nel 1994 dovetti scendere in campo dopo aver tentato di mettere d’accordo Bossi e Zaccagnini» (ma era Martinazzoli, non Zaccagnini, che ri­sulta morto nel 1989) . «Contro i clandestini chiuderò le frontiere» (quali? come?). «La lotta di Prodi e Visco all’evasione ha spaventato gl’italiani» (per la verità ha spaventato gli evasori, che hanno co­minciato a pagare un po’ di tasse). «Anche a me danno fastidio quelli che dichiarano meno al fisco e poi fanno il condono, perché se tutti pagassero le tasse anch’io ne pagherei di meno» (peccato che anche lui e Mediaset abbiano usufruito dei condoni approvati dal suo stesso governo, e che lui sia imputato fra l’altro per evasio­ne fiscale). «Sono arrivato, con le mie aziende, ad avere 56mila collaboratori» (ma i borderò della Fininvest, anche nei periodi d’oro, arrivavano al massimo a 28mila). «Non si può non fare il traforo del Frejus» (peraltro già fatto da 130 anni). «I comunisti vogliono abolire la moneta» (ma quali? ma quando?). «Come presidente del Milan, ho vinto più di tutti nella storia del calcio: addirittura il doppio di Santi ago Bernabeu» (l’indomani «La Gazzetta dello Sport» dimostra che Santiago Bernabeu, leggendario presidente del Real Madrid, vinse il doppio dei trofei vinti dal Milan berlusconia­no). «Io mi sento 35 anni, ma sto lavorando con don Verzè per por­tare l’età media degli italiani a 120 anni.» Ci farà sapere.

Fedina penale Breve riepilogo della sua carriera di imputato (per l’elenco completo andate qui), ini­ziata nel lontano 1990 quando la Corte d’appello di Venezia riten­ne falsa la sua testimonianza a proposito della sua iscrizione alla loggia P2, ma dichiarò il reato coperto dall’amnistia appena varata dal Parlamento.

- Tangenti alla Guardia di finanza: condanna in primo grado a 2 anni e 9 mesi per corruzione; prescrizione (grazie alle attenuanti generiche) in appello; assoluzione per «insufficienza probatoria» (comma 2 dell’articolo 530 del Codice di procedura penale) in Cassazione. Condannati invece per corruzione il manager Fininve­st Salvatore Sciascia e alcuni ufficiali delle Fiamme gialle, nonché - per favoreggiamento - l’avvocato Fininvest Massimo Maria Berru­ti, poi promosso deputato di Forza Italia.

 - All Iberian-1: condanna in primo grado a 2 anni e 4 mesi per i 23 miliardi di lire di finanziamento illecito versati su un conto sviz­zero di Bettino Craxi; prescrizione (grazie alle attenuanti generi­che) in appello, confermata in Cassazione.

 - All Iberian-2: per i falsi in bilancio relativi a 1200 miliardi di fondi neri su conti esteri, assoluzione «perché il fatto non è più pre­visto dalla legge come reato», nel senso che lo stesso imputato Ber­lusconi l’ha depenalizzato per legge.

 - Medusa Cinema: condanna in primo grado a 1 anno e 4 mesi per 10 miliardi di fondi neri accantonati, nell’ ambito della com­pravendita della casa cinematografica, su alcuni libretti al portatore del Cavaliere; il quale però, in appello, viene assolto con formula dubitativa (art. 530 comma 2) perché è cosi ricco che potrebbe non essersi accorto del versamento da parte del manager Carlo Berna­sconi (condannato).

 - Terreni di Macherio: assoluzione in primo grado dall’appro­priazione indebita e dalla frode fiscale (4,4 miliardi di lire pagati in nero all’ ex proprietario dei terreni che circondano Villa Belvedere, dove vive Veronica con i figli di secondo letto) e prescrizione dei falsi in bilancio di due società immobiliari; in appello sentenza con­fermata e assoluzione anche da uno dei due falsi in bilancio, men­tre il secondo rimane ma è coperto da amnistia.

 - Caso Lentini: per i 10 miliardi di lire versati in nero dal Milan al Torino in cambio dell’ acquisto del calciatore Gianluigi Lentini, il reato di falso in bilancio viene dichiarato prescritto grazie alle at­tenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione pre­vista dalla riforma del reato voluta dal governo Berlusconi.

 - Bilanci Fininvest 1988-92: archiviazione per prescrizione dei reati di falso in bilancio e appropriazione indebita nell’ acquisto di diritti televisivi da parte di alcune società off-shore del gruppo Fi­ninvest, sempre a causa delle attenuanti generiche e dei termini ab­breviati dalla legge Berlusconi.

 - Consolidato Fininvest: ancora prescrizione, grazie alle generiche e ai nuovi termini della legge Berlusconi, anche per il processo relativo ai falsi in bilancio su 1500 miliardi di fondi neri accanto­nati su 64 società off-shore del «comparto B» della Fininvest.

 - Mondadori: il reato di corruzione giudiziaria per la compra­vendita della sentenza Mondadori (tangente Fininvest da Previti al giudice Metta) viene dichiarato prescritto grazie alle attenuanti ge­neriche, almeno per Berlusconi; Previti invece viene condannato definitivamente a 1 anno e 6 mesi «in continuazione» con la con­danna a 6 anni per la sentenza comprata Imi-Sir.

 - Sme-Ariosto: assoluzione dall’accusa di corruzione giudiziaria nella compravendita della causa Sme; prescrizione in primo grado per la tangente Fininvest di 434.404 dollari al giudice Squillante nel 1991, reato dal quale Berlusconi viene poi assolto in appello e in Cassazione. Per i falsi in bilancio connessi con i pagamenti ai giudici, il Tribunale di Milano assolve il Cavaliere «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato», in quanto lo stesso im­putato lo ha di fatto depenalizzato.

 - Telecinco: processo ancora in corso, a Madrid, per presunti falsi in bilancio e violazioni dell’ antitrust spagnola relativi all’ emit­tente Telecinco (altri imputati, tra cui il dirigente Fininvest Alfredo Messina, sono stati nel frattempo giudicati in quanto privi di im­munità e assolti).

 - Mafia e riciclaggio di denaro sporco: sei inchieste archiviate per decorrenza dei termini d’indagine dal pool antimafia di Palermo.

 - Concorso in strage: due indagini archiviate, rispettivamente a Caltanissetta per gli eccidi di Capaci e via d’Amelio e a Firenze per le bombe del ‘93 a Milano, Firenze e Roma, sempre per decorrenza dei termini massimi per investigare.

 - Diritti Mediaset: è uno dei tre processi ancora aperti a carico del Cavaliere. Le accuse vanno dal falso in bilancio alla frode fisca­le all’ appropriazione indebita, e si riferiscono a un vorticoso giro di miliardi che sarebbero stati accumulati in nero acquistando diritti televisivi e cinematografici dalle major americane e intermediati da alcune società-schermo nei paradisi fiscali, occultamente controlla­te dal gruppo del Biscione (come Century One e Universal One), per fame lievitare il prezzo. Fittiziamente, sempre secondo l’accusa. Una cresta oggi, una cresta domani: colla differenza fra il valore reale e quello gonfiato avrebbe alimentato il polmone delle risorse extra-bilancio. Il dibattimento è in corso, praticamente agli sgoc­cioli, davanti al Tribunale di Milano.

 - Corruzione di Mills: altro processo aperto al Tribunale di Mi­lano, dove Berlusconi è imputato per corruzione giudiziaria del te­stimone David Mills, avvocato inglese e consulente per la finanza estera del gruppo Fininvest, che avrebbe ricevuto 600mila dollari nel 1998 dal Cavaliere in cambio dei suoi silenzi e delle sue bugie in occasione degli interrogatori nel 1997 nei processi Guardia di fi­nanza e AlI Iberian.

 - Corruzione di Saccà: su Berlusconi pende una richiesta di rin­vio a giudizio della Procura di Napoli per corruzione dell’ ex diret­tore generale della Rai e poi di Raifiction, Agostino Saccà. L’in­chiesta dei pm Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli riguarda le raccomandazioni per cinque «attrici» (Elena Russo, Evelina Man­na, Antonella Troise, Camilla Vittoria Ferranti ed Eleonora Gag­gioli) fatte dal leader forzista a Saccà in una telefonata intercettata. In cambio dell’inserimento delle ragazze nel cast di alcune fiction, come Incantesimo, Berlusconi avrebbe promesso al dirigente Rai sostegno finanziario, imprenditoriale e politico, di assicurarsi, tra l’altro, anche dalla diretta partecipazione dello stesso, a mezzo di pro­prio fiduciario o società comunque a lui riferibile, al capitale della co­stituenda New.Co, società realizzatrice della iniziativa privatistica del progetto denominato Pegasus ideata e promossa da Saccà e da altre persone e in via di realizzazione.
Sulla richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi e Saccà, inoltrata dalla Procura il 18 gennaio 2008, deciderà presto il gip di Napoli in udienza preliminare.

 - Compravendita di senatori: una tranche della stessa inchiesta napoletana è stata trasmessa a Roma per competenza e ipotizza, a carico del solo Berlusconi, l’istigazione alla corruzione di senatori del centrosinistra per il loro passaggio al centrodestra e dunque per la caduta del governo Prodi. Dalle telefonate intercettate tra il Ca­valiere e Saccà e dalle deposizioni di alcuni testimoni, si evince che Berlusconi li avrebbe avvicinati o fatti avvicinare da terze persone era novembre e dicembre del 2007, cioè in pieno dibattito parla­mentare sulla legge finanziaria, promettendo ricompense anche in denaro in cambio del «ribalto ne» a Palazzo Madama. Un senatore dell’Unione.., secondo le parole intercettate del Cavaliere - si sa­rebbe reso disponibile a saltare la barricata in cambio della racco­mandazione a Raifiction di una delle cinque «attrici». Le avances più stringenti sarebbero state rivolte al senatore Nino Randazzo, eletto in Australia, sia direttamente da Berlusconi, sia tramite un commercialista milanese. Ma Randazzo le respinse e rimase fedele all’Unione.

P.S. Il pluri-imputato, pluri-prescritto e pluri-autoassolto Silvio Berlusconi è pure circondato da pregiudicati. Sia in famiglia, sia in azienda, sia in Forza Italia. Suo fratello Paolo ha patteggiato 1 anno e 11 mesi per corruzione nella discarica di Cerro e risarcito la Re­gione Lombardia con 101 milioni di euro (cifra record per un im­putato a Milano).
Il suo avvocato di fiducia nonché ex ministro della Difesa, Cesare Previti, ha totalizzato condanne definitive per corruzione giudiziaria per 7 anni e 6 mesi di reclusione ed è attual­mente un detenuto, affidato in prova ai servizi sociali presso una comunità di recupero per tossicodipendenti e alcolisti. Il suo brac­cio destro Marcello Dell’Utri ha collezionato una dozzina di pro­cessi, approdati a una condanna definitiva a Torino (2 anni e 3 me­si patteggiati in Cassazione per le false fatture e le frodi fiscali di Publitalia), a una condanna a Milano in primo e secondo grado per tentata estorsione mafiosa (2 anni di reclusione in condominio con il boss di Trapani, Vincenzo Virga) e a una condanna in primo gra­do a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Assenze 4804 su 4875 (98,5%).
Frase celebre Trascrizione della telefonata intercettata dalla Pro­cura di Napoli sul cellulare di Agostino Saccà il 21 giugno 2007, ore 18.40.

Berlusconi: Agostino!
Saccà: Presidente! Buonasera…come sta…Presidente…
B: Si sopravvive…
S: E …vabbè, ma alla grande, voglio dire, anche se tra difficoltà, cioè io…lei è sempre più amato nel Paese…
B: Politicamente sul piano zero…
S: Sì
B: … Socialmente, mi scambiano … mi hanno scambiato per il papa…
S: Appunto dico, lei è amato proprio nel Paese, guardi glielo dico senza nessuna piangerìa…
B: Sono fatto…oggetto di attenzione di cui sono indegno…
S: Eh…ma è stupendo, perché c’era un bisogno…c’è un vuoto…che …che lei copre anche emotivamente cioè vuol dire…per cui la gente…proprio…è così…lo registriamo.
B: È una cosa imbarazzante…
S: Ma è bellissima, però.
B: Vabbè…allora?
S: Presidente io la disturbo per questo, per una cosa fondamentale, volevo dirle alcune cose della Rai importanti in questo momento, perché abbiamo faticato tanto per conservare la maggioranza…eh, la maggioranza cinque è importante anche in questo passaggio, riuscia­mo a conservarla per un anno dopo la…ma è strategica questa cosa, ma se la stanno giocando in una maniera…stupida…proprio, cioè…quindi, volevo…lei già lo sa…perché le avevo…volevo darle questo allarme, perché, allora, se abbiamo la maggioranza in consiglio, e quindi abbiamo una forte importanza, questa maggioranza non la smonta più nessuno ormai dopo la decisione…
B: Sì,…non capisco Urbani che fa lo stronzo, no?!
S: Mah! Allora…Urbani, io non…non lo so…penso che in questi giorni sono stati più i nostri alleati…che hanno un po’… no! … lui forse ha fatto un errore su Minoli…e l’altra volta…eh…però sono stati un po’… An e anche la Lega, che per un piatto di lenticchie han­no spaccato la maggioranza…dopo quindici giorni, in cui la maggio­ranza era uscita saldissima dalle aule giudiziarie, cioè quello che non è riuscito con specie…
B: Mamma mia, vabbè, adesso io ho dovuto…interessarmi di questa cosa…
S: Gli è riuscito con Speciale…gli è riuscito forse con quello della polizia.
B: adesso li richiamo… a (parola incomprensibile)…
S: Li richiami lei all’ ordine  Presidente…
B: D’accordo.
S: …perché abbiamo una grande vittoria…qui in azienda stavamo riprendendo anche consensi…in giro (fonetico)
B: Vabbè vabbè…adesso vediamo, vediamo un po’. Senti, io…poi avevo bisogno di vederti…
S: Sì
B: …perché c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanto…
S: Sì…sì…
B …con questo cavolo di…fiction…di Barbarossa…
S: Barbarossa è a posto per quello che riguarda per quello che riguarda Rai fiction, cioè in qualunque momento.
B: Allora mi fai una cortesia …
S: Sì
B: Puoi chiamare la loro soldatessa che hanno dentro il consiglio…
S: Sì
B: …dicendogli testualmente che io t’ho chiamato…
S: Vabbene, vabbene…
B …che tu mi hai dato garanzia che è a posto…
S: Sì, sì è tutto a posto…
B: …chiamala, perché ieri sera.
S: La chiamo subito Presidente.
B …a cena con lei e con Bossi, Bossi mi ha detto, ma insomma…di qui di là…dice… Ecco, se tu potevi fare sta roba…mi faresti una cor­tesia.
S: Allora diciamola tutta…diciamola tutta Presidente…così lei la sa tutta,’ intanto il signor regista ha fatto un errore madornale perché un mese fa…ha dato…e loro lo sanno…ha dato un’intervista alla «Padania», dicendo che aveva parlato con Bossi e che era tutto … io, ero riu­scito a rimetterla in moto la cosa, che era tutto a posto perché aveva parlato col Senatur…bla, bla, bla… il giorno dopo il «Corriere della Sera» scrive…
B: Esiste… (parola incomprensibile)…
S: In due pezzi, dicendo, Saccà fa quello che gli chiede la…(parola incomprensibile), le mando poi gli articoli…così…
B: Chi è il regista?
S: Il regista è Martinelli, che è un bravo regista, però è uno stupido, un ingenuo, un cretino proprio…
B:Uhm…
S: Un cretino, mi ha messo in una condizione molto difficile, perché mi ha scritto un articolo sul «Corriere della Sera» e poi non contento, Grasso sul Magazine del «Corriere della Sera» scrive: «il potente Saccà fa quello che gli dice Berlusconi e basta»…ecc… che poi, non è vero, lei non mi ha chiesto mai…
B: Allora ascoltami …
S: Lei è l’unica persona che non mi ha chiesto mai niente…voglio dire …
B: lo qualche volta di donne…e ti chiedo…perché…
S: Sì,…ma mai…
B …per sollevare il morale del capo… (ridendo)
S: Eh esatto, voglio dire ma, mi ha lasciato una libertà culturale di…ideale totale … voglio dire totale…e questo lo sanno tutti, allora perché, e, malgrado questo, io sono stato chiamato poi dal Presidente, dal Direttore Generale: «Mah! Com’è sta cosa!?». Questa cosa vale perché, vale perché Barbarossa è Barbarossa, perché Legnano è Legnano…
B: Certo, certo…
S: Perché i Comuni a Milano hanno segnato la civiltà dell’Occiden­te…voglio dire…
B: D’accordo…vabbene…
S: Quindi, adesso io la chiamo subito ecc…Presidente, poi quando lei ha un attimo di…
B: La settimana prossima sto a Roma…vieni a trovarmi quando vuoi…
S: Eh…vediamo…
B: …Chiama la Marinella [Brambilla, la segretaria di Berlusconi, nda] lunedì…
S: Mi metto d’accordo con Marinella…
B: …lunedì che ci mettiamo d’accordo, vabbene. Senti, tu mi puoi fare ricevere due persone…
S: Assolutamente…
B: …perché io sono veramente dilaniato dalle richieste di coso…
S: Assolutamente…
B: Con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo… ?
S: No … c’è un progetto interessante … adesso io la chiamo…
B: Gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Man­na. Non c’entro niente io, è una cosa…diciamo…di…
S: Chi mi dà il numero?
B: Evelina Manna… o non ce l’ho ..
S: Chiamo…
B: No, guarda su Internet…
S: Vabbè, la trovo, non è un problema…me la trovo io…
B: Ti spiego che cos’è questa qui…
S: Ma no, Presidente non mi deve spiegare niente…
B: No, te lo spiego: io sto cercando di avere…
S: Presidente, lei è la persona più civile, più corretta…
B: Allora…è questione di… (parola incomprensibile, le voci si accavallano)…
S: Ma questo nome è un problema mio…
B: lo sto cercando…di aver la maggioranza in Senato…
S: Capito tutto…
B: Eh…questa Evelina Manna può essere…perché mi è stata richiesta da qualcuno … con cui sto trattando…
S: Presidente… a questo proposito, quando ci vediamo, io gli posso dire qualcosa che riguarda la Calabria…interessante…
B: Molto bene…
S: …perché c’è stato un errore, in una prima fase c’è stato un errore per la persona che ha mediato il rappor… poi glielo dico a voce…
B: che non andava bene?
S: non andava bene…
B: Devo farlo io direttamente.
S: Esatto, non andava bene per nulla…
B: Va bene…
S: Poi le dico meglio…Presidente…
B: Va bene, io sto lavorando all’ operazione libertaggio… l’ho chiamata così, va bene?
S: Va bene.
B: Va bene se puoi chiamare questa signora qui…
S: La chiamo…e poi quando…
B: Evelina Manna…
S: ci vediamo le riferisco.
B: e anche Elena Russo grazie, ci sentiamo…
S: Vabbene…allora arrivederla, Presidente…
B: La settimana prossima ci vediamo…
S: …oh…metta le mani però su ’sta maggioranza…perché veramen­te io ho rischiato tanto per avere la maggioranza in consiglio [di amministrazione della Rai, nda].
B: Faccio questo…anche se.
S: ..e si è sciolta dopo la set… abbiamo fatto una figura barbina!
B: Va bene…
S: …ma non per colpa…mi creda…di Urbani…
B: D’accordo…
S: Urbani fa altre cazzate…
B: Si, si va bene!
S: Grazie Presidente…
B: Grazie, ciao…ci vediamo la settimana prossima.

Per chi volesse ascoltare la conversazione, ecco youtube in soccorso

 

Tratto da Se li conosci li eviti, Peter Gomez - Marco Travaglio, 2008, Milano, Chiarelettere.

Intanto all’estero già ci prendono, giustamente, per il culo. Dicono di noi ad esempio.





Molière

7 04 2008

Ho perso mio padre Vittorio Veltroni, giornalista e diri­gente Rai,quando avevo so­lo 1 anno. Perciò la morte, come presenza e come assenza, ha fatto ca­polino molto presto nella mia vita. Come presenza nel senso del lascia­to di sé, di quanto la vita sia impor­tante per il segno che si lascia. E co­me assenza, perché questo padre mancante s’è trasformato in un ri­ferimento impanante per la mia vi­ta. Da bambino passavo i pomerig­gi a cercare per casa gli oggetti che gli erano appartenuti,il suo micro­fono d’argento piuttosto che i pass delle Olimpiadi. Mi mettevo persi­no addosso i suoi vestiti, come se­gno d’un rapporto, d’un contatto fi­sico che m’era mancato: esperienza che ho fatto rivivere un po’ fanta­sticamente a un personaggio del mio romanzo Senza Patricio.
Mio padre è morto a 38 anni e io, per un’intera fase della mia vita, mi sono detto che la mia fretta nel fare le cose era in parte legata alla sensa­zione di non avere davanti Un tem­po infinito. Nel 1992, quando di­ventai direttore dell’ Unità, avevo 37 anni: uno in più di mio padre quan­do arrivò alla direzione del Telegior­nale. Superare i 38 anni è stato per me un momento forte, l’idea d’ol­trepassare una soglia. Mio padre è stato sempre una presenza invisibi­le molto forte, in questo senso forse è vero che morire giovani è una spe­cie di favore degli dei: lascia un se­gno d’incompiutezza, ma illumina d’una luce particolare ciò che si è fat­to nel tempo breve della vita.
Questa premessa per arrivare a dire che, francamente, la prospet­tiva della morte non mi spaventa. L’ho metabolizzata, razionalizzata, anzi persino m’incuriosisce. Un po’ perché sono un ottimista, ma anche perché penso che sia importante a) come si muore, b) cosa si lascia.
Innanzitutto non vorrei morire arrabbiato. Mi piacerebbe avere la forza e la serenità di certi grandi personaggi che vanno incontro al­l’ultimo passaggio quasi con grati­tudine, non con la sensazione di es­sere in credito, ma in debito verso la vita. È nell’uscita di scena che si vede la qualità vera delle persone. E vorrei avere la forza di affrontare questo passaggio nella forma lieve con cui ho scelto di vivere.
Immagino che la mone mi pos­sa cogliere sul lavoro. È stato il destino di due persone importanti per me: il sindaco di Roma Luigi Perroselli, che stava proprio in questa stanza, ed Enrico Berlin­guer. Sì, forse morirò facendo il mio solito lavoro: magari durante una riunione, o mentre tengo un discorso. Questa è per me la fine più nobile e alta. Ed è anche la me­no improbabile con la vita che ho scelto, piena di tensioni ma soprat­tutto di fatica fisica. Meglio fini­re così piuttosto che per quelle malattie che vengono dal dolore o dal disagio, magari perché si teme di aver perso la propria funzione nella società. Paradossalmente, pe­rò, non vorrei morire sotto i riflet­tori. Lo so, sembra una contraddi­zione. Ma c’è un elemento priva­to, di discrezione e pudore, che va salvaguardato. L’unica cosa che davvero mi dispiace, quando pen­so alla mia morte, è di non vede­re quello che succederà dopo. Non partecipare alle esequie, non poter leggere gli articoli sui giornali…
Alla fine, una cosa conta più di tutte: come si lasciano gli altri, che cosa si lascia agli altri. Si può ragio­nevolmente sostenere che Thomas Mann abbia smesso di vivere, che Itala Calvino sia morto, che Federi­co Fellini o John Lennon stiano davvero sottoterra? Anche in politica sento di convivere con lasciti impor­tanti, da John Kennedy a don Lo­renzo Milani. La loro presenza con­tinua ad aleggiare come il sorriso del gatto di Alice. E addita la strada del­l’immortalità. Non quella fisica, ma quella del lascito di sé, che si pro­trae nella memoria degli altri.
Come è cambiata la morte! Lo sviluppo tecnologico porta con sé una ridefinizione del suo ruolo e del suo significato. L’idea stessa della vita si va modificando a fron­te d’un allontanamento della mor­te e, in prospettiva, persino d’una sua rimozione, grazie a ricerche co­me quelle sulle staminali. Ma co­s’è la vita senza la morte, la scan­sione del tempo senza la possibi­lità di vedere il traguardo? Que­sto è un grande, del tutto inedito tema filosofico e sociale, che com­porterà una totale riorganizzazio­ne del lavoro, del divertimento e perfino degli affetti. Crescerà la di­mensione della noia, tutto si pro­lungherà e non so dire se questo darà maggiore felicità. Forse sarà una vita difficile da gestire. Si aprono frontiere inimmaginabili. L’analisi del dna ci consentirà prima o poi di capire le ragioni per le quali si muore e persino quan­do ciascuno di noi morirà. È un bel paradosso: il prolungamento del­la vita si accompagnerà alla con­sapevolezza precisa del tempo li­mitato che ci è stato assegnato.
Per quanti progressi si siano fat­ti, la morte rimane in ogni caso il nostro destino. Ma, anche di fronte all’ineluttabile, mai sentirsi inuti­li. Da tempo sono iscritto all’ Aido, 1′associazione italiana donatori di organi: mi sembra la scelta più so­migliante al modo in cui cerco di vivere, un modo per dare alla mia morte lo stesso significato che ha avuto la mia vita.

Walter Veltroni 54 anni, candidato premier del PD

Panorama n° 32 anno 2006





La parodia del Faust

6 04 2008

Ho un unico desiderio: quan­do verrà quel momento, spero di essere sola ad af­frontarlo. Ho provato cosa signi­fica assistere una persona cara che se ne va; è un dolore che non vor­rei dare a chi mi vuol bene.
Fin da quando studiavo filoso­fia all’università, mi è venuto spontaneo interrogarmi sul sen­so della vita e quindi, inevitabil­mente, della morre. E su come questo senso sia cambiato al gior­no d’oggi per il progressivo dis­solversi del sacro. Mi spaventa la tentazione odierna d’inseguire l’immortalità della carne, paro­dia della tentazione di Faust a fermare l’attimo. Da donna, la vedo nella fissazione per la chi­rurgia estetica, nel mito di voler rimanere giovani anche fisica­mente.
Fin da bambina ero molto con­tenta di avere delle nonne con i capelli bianchi: un giorno vorrei arrivare a essere come loro, non una specie di velina invecchiata. C’è, oggi, una profonda vocazio­ne ad andare contro natura, un voler superare i limiti: quella sfi­da tracotante che i greci antichi chiamavano «libris». Tutto ciò ha a che fare con la paura della mor­te e del dolore.
Intendiamoci: l’attuale predo­minio della cultura scientifica ha ottenuto tanti risultati importan­ti per l’umanità. Ma, come con­trappeso, dev’esserci il senso del limite, perché l’uomo è un essere limitato. Fra tutte le grandi creazioni dell’umanità, l’arte è nata proprio per rappresentare l’invi­sibile e l’immortale: non sola­mente quella sacra, non solo Raf­faello, ma anche l’arte astratta di Vasilij Kandinskij o Kazimir Ma­levic, cercava di dare corpo a que­sta dimensione.
Oggi invece si vuole trasferire l’immortalità al corporeo, ribel­larsi a quella concezione lineare del tempo che ha sempre contrad­distinto la civiltà occidentale.
Per secoli abbiamo prodotto ar­te e letteratura che nascono dal pensiero della morte. Ma i pro­gressi stessi della medicina ti cul­lano nell’illusione che per tutto ci sia una soluzione, così perdia­mo il senso della malattia e del­l’irrimediabilità della fine, anche quando si vivono da vicino situazioni estreme, magari attraverso la sofferenza di persone care.
Ogni essere umano è unico e ir­ripetibile, nasce e vive e deve ras­segnarsi a morire, né c’è clone possibile che ne possa rimpiazza­re i ricordi, gli attimi fuggenti e irripetibili che hanno disegnato per ciascuno di noi il senso della vita. Questo mi dico quando pen­so che un giorno dovrò affronta­re la mia morte. Da sola.

Martina Mondatori 28 anni, consigliere di amministrazione della Casa Editrice Mondadori

Panorama n° 32 anno 2006

La danza macabra III





L’epitaffio del Meridiano

5 04 2008

Io la mia morte l’ho sognata. Ve­devo gli amici che, al ristorante, parlavano del più e del meno. A un tratto, uno sbotta come niente fosse: «Duddù è morto” (Duddù è il mio soprannome). E un altro, co­me se faticasse a ricordarsi chi sono, anzi, chi ero: «Ma quale Duddù, quello che vinse un premio?”. In­tanto tutti continuano a chiacchie­rare tranquillamente finché, di pun­to in bianco, qualcuno fa: «Ma que­sta roba sa di tappo» e chiede al ca­meriere un’altra bottiglia di vino. Intanto cercano di stabilire quando, più o meno, si sarebbe verificato il mio decesso, ma ben presto finisco­no per parlare d’altro.
Questo sogno m’è rimasto impres­so perché sottolinea il fatto incontro­vertibile che non c’è più la sacralità della morte e neppure la considera­zione per il defunto, tutti se ne frega­no e dopo un giorno chi ci pensa più? Questa sensazione coinvolge quello che abbiamo vissuto ma anche quel­lo che abbiamo scritto: tutto se ne va rapidamente e senza considerazione alcuna. Lo dico allegramente e senza vittimismo, Noi la morte la viviamo, questo non è un tempo di vita, è un tempo tragicamente mortuario, dove la vita conta meno d’un fiammifero, Tutto va insieme, si mescola nello sti­le dei reality, la forma odierna della banalità. Così noi banalmente e vera­mente ce ne andiamo.
Una volta la morte era la conclu­sione della vita, la pera maturava e cadeva dal ramo; oggi è come un in­cidente in autostrada, dopo una sosta in autogrill: uno di quei non luoghi, studiati da Marc Augé, tipici delle non vite e delle non morti contem­poranee. Comunque io voglio conti­nuare allegramente a centellinarmi il tempo che mi resta.
Gli antichi dicevano: «Exegi mo­numentum aere perenruus», ho eret­to un monumento più duraturo del bronzo, ma oggi ci sembra solo di eri­gere monumenti di sabbia, come i ca­stelli che fanno i bambini sulla spiag­gia. Ormai viene meno anche la fi­ducia nella resistenza della letteratu­ra al tempo. Eppure, proprio per que­sto continuiamo a scrivere, come se praticassimo una religione alla qua­le non crediamo più.
Un monumento in vita, a dire la verità, me l’ha fatto il mio editore, la Mondadori, dedicandomi un Meri­diano. Ecco: quando mi sono ritrova­to tra le mani il volume, ho proprio avuto la sensazione di essere morto. Non sono arrivato a sbottare: «Mi vo­gliono ammazzare!», come fece il poeta Giorgio Caproni nella stessa circostanza, ma poco ci è mancato. Con quel titolo così definitivo, Ope­re, stampato sul dorso, il Meridiano mi sembrava una specie di stele fu­neraria: il lavoro d’una vita tumula­to in un tomo destinato a impolve­rarsi in qualche biblioteca. Insomma: quel che è fatto è fatto, e ai posteri l’ardua sentenzà. Ne ho parlato an­che nel mio libro L’estro quotidiano: «Fu vera gloria? Ma fu o non fu a me cosa importa se non ci sarò più? ( … )
La morte è più potente di ogni no­stro tentativo di creare con la lette­ratura uno spazio e un tempo al di là del nostro limitato orizzonte. E tut­tavia si scrive per questo».
Tanto è vero che, dopo il Meridia­no, è scattata in me una specie di rea­zione positiva, tipo: ora vi faccio ve­dere che sono ancora vivo. Da allora, ho già pubblicato altri tre libri.

Raffaele La Capria 87 anni, scrittore e sceneggiatore

Panorama n° 32 anno 2006

La danza macabra II





L’essere si annulla (?)

4 04 2008

Se un discorso fos­se personale, re­sterebbe del tut­to ipotetico. Per que­sto, più che parlare di come immagino la mia morte, preferisco af­frontare su un piano fi­losofico questo tema cruciale, al quale non a caso ho appena dedica­to un libro, Oltrepassa­re. L’attuale rimozione della morte è una gros­sa ingenuità, perché è vero che i giovani ve­dono la fine da lonta­no, come una prospet­tiva remota e quasi ir­reale, però l’uomo è fatto in modo da esse­re in costante relazione con la morte e ogni suo tentativo di rimuover­la alla fine fallisce. La storia umana conferma che tutto ciò che l’uomo ha fatto è sempre stato un tentativo di salvarsi dalla morte e liberarsi dall’angoscia per il dolo­re, di cui la morte è l’emissario.
Il mito è la prima tecnica con la quale l’uomo ha cercato un rimedio contro l’angoscia della fine; poi è stata la volta della filosofia e infine della scienza.
La filosofia nasce dalla paura. È il «thauma» di Aristotele: più che me­raviglia, come viene in genere tra­dotto, questo termine sta a signifi­care l’orrore provato dinanzi a uno spettacolo angosciante. Rimedio contro il thauma è la sapienza come verità incontrovertibile. Tutte le grandi esperienze dell’uomo sono tecniche contro la morte: dal mito cristiano alla scienza moderna che, attraverso le tecnologie più sofisti­cate, tenta di allontanare il più pos­sibile il limite ultimo, come surrogato dell’immortalità. Ma, anche se la scienza riuscisse a costruire un’im­mortalità tecnica, lo farebbe secon­do la propria logica. Che, proprio in quanto scientifica, è ipotetica. Il motivo per il quale l’uomo non s’accontenta del rimedio mitico contro la morte sta proprio nel fat­to che il mito non ha verità. A sua volta, il rimedio scientifico-tecno­logico sarà, sempre coperto dall’om­bra dell’ipoteticità su cui scienza e tecnica si fondano.
La scienza non è più il sapere as­soluto, come ancora credeva Gali­leo. Procede da ipotesi e sa che tut­te le sue conclusioni sono falsifica­bili. Anzi, si va accorgendo che più è falsificabile, più è potente. Per avere potere sul mondo ha dovuto rinunciare alla verità e perciò non può vincere l’angoscia.
Come facciamo, in concreto, esperienza della morte? Attraverso i corpi altrui, che a un certo punto si fermano, non reagiscono, si de­compongono, e piano piano diven­tano polvere. Questa esperienza ha impiegato un’enorme quantità di tempo a formarsi nella mente del­l’uomo, che cercava di spiegarsi co­sa stesse accadendo a quel corpo da lui amato od odiato. Anche oggi, nonostante abbiamo una quantità di idee sulla morte, empiricamente non sappiamo altro. Ma, quando pensiamo alla morte, ci riferiamo sempre a qualcosa di più che alla fi­ne d’un corpo, le cui prestazioni og­gi potrebbero essere surrogate da un robot tecnologico. In realtà, non sperimentiamo la morte altrui perché non siamo ve­ramente in grado di sperimentare l’altro, ossia quella coscienza altrui, che presiede e guida il corpo, ed è ciò che fa dell’altro un altro.
Ci limitiamo a supporre che in fu­turo capiterà anche a noi ciò che l’evidenza ci dimostra accadere nei corpi degli altri. La nostra morte personale rimane insomma un problema. Ma l’uomo non è morto sempre nello stesso modo. Oggi si muore sapendo di diventare nulla. Ada­mo, i primitivi e il mito non san­no alcunché del nulla. Per concepi­re la morte come nulla, annienta­mento, bisogna arrivare al pensie­ro greco. È lì che comincia la mor­te dell’uomo occidentale: un senso radicalmente nuovo della fine.
A questo punto bisogna fare il passo decisivo: stabilire se il nul­la possa incidere sulle cose, o que­sta fede nel nulla sia la più nega­tiva che l’uomo possa avere. È pro­prio vero che l’essere (con la e mi­nuscola) si annulla?

Emanuele Severino 80 anni, filosofo

Panorama n° 32 anno 2006

La danza macabra I





Rattatio pallorum omnia mala fugant

3 04 2008

Il nuovo argomento di cui mi accingo a discutere è uno di quelli veramente pesanti, terribilmente esistenziali, dove chiunque non può esimersi dall’ asprimere un’opinione. Se ne parla dalla nascita dell’uomo e dell’universo e riguarda sia la fine dell’uno che dell’altro. Insomma si parla della nostra fine, della Vecchia Signora, no no la Juve ma la Morte.

Come ho fatto in precedenza estrapolerò parti di alcuni articoli di persone più o meno attendibili che dibattono sull’estremo argomento. Internet è grande quindi lascio il nozionismo a Wikipedia, consideriamo questo spazio come un approfondimento.
L’unica cosa che mi viene in mente pensando alla questione è una frase di Amleto destinata ad Oratio: “esistono più cose in cielo e in terra che non in tutta la tua filosofia“. Ignoro il perchè dell’associazione, le mie sinapsi appena hanno potuto si sono giocate la carta dell’indulto nei confronti del mio cervello. E’ sempre colpa di Mastella calimero calimero.

Buona lettura e non grattate troppo forte che non vincete niente.

 Gustav Klimt, Vita e Morte

klimt - death and life

Il settimo sigillo





Jackson Pollock

31 03 2008

[...] Non lavoro partendo da disegni o schizzi. Dipingo direttamente. Di solito dipingo per terra. Mi piace lavorare su una grande tela. Mi sento meglio, più a mio agio con un grande spazio. Con la tela per terra mi sento più vicino al qua­dro, ne faccio maggiormente parte. In questo modo posso girargli tutt’intorno, lavorare da ogni lato, ed essere nel qua­dro, come gli Indiani dell’Ovest che la­voravano sulla sabbia. A volte uso un pennello, ma spesso preferisco utilizzare una stecca. Altre volte verso il colore di­rettamente dal barattolo. Mi piace usare il colore fluido, che faccio sgocciolare.Utilizzo anche sabbia, schegge di vetro, sassi, cordicelle, chiodi e tanti altri ele­menti estranei alla pittura.
La tecnica pittorica si sviluppa naturalmente, a se­conda della necessità. Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli. La tecni­ca è semplicemente un mezzo per arri­varci. Quando dipingo, ho un’idea d’in­sieme di quello che voglio fare. Posso controllare la colata della pittura, non c’è casualità, così come non c’è inizio né fine. A volte perdo il quadro. Ma non ho paura dei cambiamenti, di distruggere l’immagine, perché un quadro ha una sua vita propria. [...]

(Commento di Pollock al film realizzato da Hans Namuth e Paul Falkenberg, 1950-51, in Lettere, riflessioni, testimo­nianze, SE, Milano 1991).

[...] Non mi interessa l’ “espressionismo astratto”…e comunque non si tratta di un”‘arte senza oggetto”, né di un”‘arte che non rappresenta”.
Io a volte ho molta capacità di rappre­sentare, anche se di solito ne ho poca. Ma se tu dipingi il tuo inconscio, le figu­re devono per forza emergere. Tutti noi siamo influenzati da Freud, mi pare. lo sono stato a lungo junghiano…
La pittura è uno stato dell’essere…La pittura è la scoperta di sé. Ogni buon ar­tista dipinge ciò che è. [...]

(Intervista a Pollock, in S. Rodman, Con­versazione con gli artisti, New York 1957, in Lettere, riflessioni,  testimonian­ze, SE, Milano 1991).

jackson pollock





Lucio Fontana

30 03 2008

L’arte è eterna, ma non può essere im­mortale. È eterna in quanto un suo gesto, come qualunque altro gesto compiuto, non può non continuare a permanere nello spirito dell’uomo come razza per­petuata. Così paganesimo, cristianesimo, e tutto quanto è stato dello spirito. sono gesti compiuti ed eterni che permangono e permarranno sempre nello spirito del­l’uomo.
L’essere eterna non significa per nulla che sia immortale. Anzi essa non è mai immortale. Potrà vivere un an­no o millenni, ma rara verrà sempre. del­la sua distruzione materiale. Rimarrà eterna come gesto, ma morrà come ma­teria. Ora noi siamo arrivati alla conclu­sione che sino ad oggi gli artisti, coscien­ti o incoscienti, hanno sempre confuso i termini di eternità e di immortalità. cer­cando di conseguenza per ogni arte la materia più adatta a farla più lungamen­te perdurare, sono cioè rimasti vittime coscienti o incoscienti della materia, hanno fatto decidere il gesto puro eter­no in quello duraturo nella speranza im­possibile della immortalità. Noi pensia­mo di svincolare l’arte dalla materia, di svincolare il senso dell’eterno dalla preoccupazione dell’immortale. E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno. Oggi lo spirito umano tende, in una realtà trascendente, a trascendere il particolare per arrivare all’Unito, all’U­niversale attraverso un atto dello spirito svincolato da ogni materia.
Ci rifiutiamo di pensare che scienza ed arte siano due fatti distinti, che cioè i gesti compiuti da una delle due attività possano non ap­partenere anche all’altra. Gli artisti anti­cipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici. Né ra­dio né televisione possono essere scaturite dallo spirito dell’uomo senza un’urgenza che dalla scienza va all’arte.
E’ impossibile che l’uomo dalla tela, dal bronzo, dal gesso, dalla plastilina non passi al­la pura immagine aerea, universale, so­spesa, come fu impossibile che dalla gra­fite non passasse alla tela, al bronzo, al gesso, alla plastilina; senza per nulla ne­gare la validità eterna delle immagini create attraverso grafite, bronzo, tela, gesso plastilina, non sarà possibile adat­tare a queste nuove esigenze immagini già ferme nelle esigenze del passato.
Sia­mo convinti che, dopo questo fatto, nul­la verrà distrutto del passato, né mezzi né fini, siamo convinti che si continuerà a dipingere e a scolpire anche attraver­so le materie del passato, ma siamo al­trettanto convinti che queste materie, dopo questo fatto, saranno affrontate e guardate con altre mani e altri occhi e sa­ranno pervase di sensibilità più affinata.

Beniamino Joppolo, Lucio Fontana, Gior­gio Kaisserlian, Milena Milani
(Primo manifesto dello spazialismo, Milano, maggio 1947).

concetto spaziale - lucio fontana





L’informale

29 03 2008

L’informale non è un movimento di avanguardia, ma piuttosto un antimovi­mento, eversivo, contestatario; almeno in linea di massima, insofferente di qual­siasi schema ereditato dal passato. Para­frasando una bella frase di Dubuffet ­”Le rivoluzioni rovesciano la clessidra, le contestazioni la spaccano” - potrem­mo dire che mentre le avanguardie stori­che hanno rovesciato la clessidra, l’Informale l’ha spaccata. Difatti l’Infor­male spacca proprio l’iter convulso, ma pur sempre conseguente, dell’arte con­temporanea, con il suo atteggiamento antiformalistico e antistoricistico. Così sebbene permangano ancora dei riferi­menti tra l’Informale e l’Impressioni­smo, l’Espressionismo, il Surrealismo, non vi è tuttavia alcuna vera continuità storica, alcun voluto collegamento non solo con la tradizione ma neppure con l’opera innovatrice dei pionieri del non­figurativo seppure in taluni casi se ne adottino le tecniche.
L’Informale divide il secolo: una frattu­ra irrazionale, emotiva, istintuale. Nasce del resto da una situazione di crisi, sul fi­nire di una guerra, crudele come tutte le guerre, quale ribellione e rivalsa dell’uo­mo psicofisico, contro le ragioni, così spesso fallaci, della storia e delle ideolo­gie. Ma sia pure non programmati l’Informale pone sul tappeto nuovi valo­ri, valori fino allora in gran parte dimen­ticati, accantonati, contrastati. È una de­nuncia, una protesta. un alto grido, non una proposta, non un progetto. mai una soluzione. Già da queste prime osserva­zioni si capisce come a monte dell’Infor­male si possa reperire l’influenza. sia pu­re mediata se non addirittura inconsape­vole, di due teorie filosofiche: la feno­menologia e l’esistenzialismo.
La fenomenologia, è forse ovvio ripeter­lo qui, studia i fenomeni così come si presentano all’ esperienza. In particolare la fenomenologia husserliana è una de­scrizione dei dati immediati della co­scienza: una coscienza che è incarnata, che è, cioè, sempre la coscienza di qual­che cosa.
L’esistenzialismo è la teoria che afferma il primato dell’ esistenza sull’ assenza, ed è, quindi, agli antipodi dello spirito ra­zionale e matematico. Attraverso l’esi­stenzialismo, che è per lo più una filoso­fia applicata che si esprime per mezzo di opere artistiche - teatro, romanzo, pittu­ra - l’uomo riprende la propria coscien­za del vivere, riacquista lo sbalorditivo stupore di esistere: “L’esistenza - ha detto Gabriel Marcel - è inseparabile dallo stupore”. Per gli esistenzialisti esi­stere non vuoi dire essere ma essere in si­tuazione. Ebbene, tornando all’Informa­le vediamo come esso si qualifichi ap­punto quale puro atto di esistenza, libe­ro da intenzionalità. Un atto che registra o riproduce il flusso della vita. talvolta addirittura prima che intervenga la mente con la sua logica ma anche con i suoi dubbi, con la sua critica, con la sua ana­lisi. E, semmai, l’artista informale vor­rebbe, come dice Kierkegaard, “lasciare che i pensieri appaiano con il cordone ombelicale del primitivo percorso”. [...]

Lorenza Trucchi

(L’Informale in Europa, conferenza del 14 gennaio 1973, in Situazioni dell’arte contemporanea, Librarte, Roma 1976).

Sacco e Rosso - alberto burri





Andy Warhol

28 03 2008

Pop è un brutto nome?

Il nome è proprio brutto. Dada deve avere qualcosa a che fare con pop - è buffo, i nomi sono veramente sinonimi. Qualcuno sa che cosa volevano dire o con che cosa avevano a che fare questi nomi? Johns e Rauschenberg, neo-dada per tutti questi anni erano considerati da tutti dei derivati da dada, degli inca­paci di trasformare le cose che usavano; ora sono chiamati progenitori della Pop. È divertente come cambino le co­se. [ ... ]

Che influenza hai subito, nel tuo lavoro, da dada?

Quando per la prima volta mi ci sono imbattuto l’ho considerato con rispetto e ho pensato che fosse abbastanza buo­no, ma non aveva niente a che fare con me. Come il mio lavoro cominciò a evol­versi, cominciai a comprendere - non a livello di coscienza, fu infatti una sor­presa - che forse aveva qualcosa a che fare col mio lavoro.
[...] Sono sempre più consapevole di co­me sia audace l’atto del dipingere. Una delle ragioni per cui incominciai a fare i collages fu che non mi sentivo coinvolto in quanto stavo dipingendo. Non avevo abbastanza interesse in una rosa per di­pingerla. Uno dei motivi di ciò penso venga dal fatto di dipingere sui cinquan­ta, intendo dire che per un pittore l’a­more per i fiori se n’è ormai andato. Le rose o le bottiglie o cose di quel genere non mi piacciono abbastanza per desi­derare di sedermi a dipingerle con amo­re e pazienza. E adesso, con queste gran­di immagini…Beh! in giro non ci sono abbastanza spazi per la pubblicità e io devo dipingere una tazza; ma le tazze non mi dicono niente, non so proprio come possano essere. So solo che in que­sto quadro devo avere una tazza.
Ecco, nel quadro a cui sto lavorando ci ho messo questa semplice tazza blu e poi ho capito che dovevo farci su qual­cosa. Dovevo inventare una tazza e, Dio, non riuscivo a rendermi conto di quanto ciò fosse audace. Anche ciò è spaventoso - dipingere qualcosa senza essere ben convinto di come dovrebbe essere. [...]

(Intervista con Gene Swenson, in “Art News”, n. 7, New York, novembre 1963).

[...] Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha alcun bisogno ma che lui - per qualche ragione - pensa sia una buona idea dargli.
[...] Penso spessissimo agli scrittori a spazio, quelli che vengono pagati in ba­se a quanto scrivono. Penso sempre che la quantità sia la miglior misura di tutto (perché si fa sempre la stessa cosa anche se sembra di fare qualcos’altro), così mi san messo in mente di diventa­re un “artista a spazio”. Quando è mor­to Picasso ho letto su una rivista che aveva fatto quattromila capolavori nel­la sua vita e ho pensato: “Gesù, potrei farli in un giorno”. E ho cominciato. E poi ho scoperto che: “Gesù, ci vuole più di un giorno per fare quattromila quadri”. Perché, dato il modo con cui li faccio e la mia tecnica, pensavo dav­vero di poterne fare quattromila in un giorno. E sarebbero stati tutti capola­vori perché sarebbero stati tutti lo stes­so quadro. Ho cominciato e sono arri­vato a fame circa cinquecento, e poi l’ho piantata lì. [...]

(La filosofia di Andy Warhol, Costa & Nolan, Genova 1983).

andy warhol - knives