La metafisica mi è sempre sembrata una forma prolungata di pazzia latente. Se conoscessimo la verità, la vedremmo; tutto il resto è sistema e periferia. A ben vedere, ci basta l’incomprensibilità dell’universo; volerlo comprendere significa essere meno che uomini, perchè essere uomini è sapere che non si comprende.
Mi portano la fede come un pacchetto chiuso in un vassoio altrui. Vogliono che lo accetti, ma che non lo apra. Mi portano la scienza, come un coltello su un piatto, con il quale aprirò i fogli di un libro con le pagine bianche. Mi portano il dubbio, come polvere dentro una scatola; ma a che scopo mi danno la scatola se essa contiene solo polvere?
L’unico comportamento degno di un uomo superiore è la persistenza tenace di un’attività che si riconosce inutile, l’abitudine ad una disciplina sterile, l’uso fisso di norme del pensiero filosofico e metafisico che comprendiamo non essere di alcuna importanza.
Anche se in me non vi fosse nessuna altra virtù, c’è almeno quella della perenne novità della sensazione liberata.Oggi, mentre percorrevo Rua Nova da Almada, ho notato all’improvviso le spalle dell’uomo che camminava davanti a me. Erano le normali spalle di un uomo qualunque, la giacca di un completo modesto su un dorso di passante occasionale. Aveva una vecchia cartella sotto il braccio sinistro e batteva a terra, al ritmo della sua andatura, un ombrello chiuso, che teneva per la curva del manico della mano destra.
All’improvviso ho sentito per quell’uomo qualcosa di simile alla tenerezza. Ho sentito in lui la tenerezza che si prova per la comune normalità umana, per la banale quotidianità del capo famiglia che va al lavoro, per il suo umile e allegro focolare, per i piaceri allegri e tristi di cui necessariamente è fatta la sua vita, per l’innocenza di vivere senza analizzare, per la naturalità animalesca di quelle spalle vestite. Ho rivolto gli occhi alla schiena dell’uomo, finestra attraverso cui ho visto questi pensieri.
La sensazione era esattamente identica a quella che ci assale di fronte a qualcuno che dorme. Tutti coloro che dormono sono di nuovo bambini. Forse perché nel sonno non si può fare del male e non ci si rende conto della vita, il più grande criminale, il più chiuso egoista mentre dorme è sacro, grazie ad una magia naturale. Non vedo nessuna sensibile differenza tra uccidere chi dorme e uccidere un bambino.
Ora le spalle di questo uomo dormono. Lui tutto, che cammina davanti a me con un passo uguale al mio, dorme. E’ incosciente. Vive incosciente. Dorme, perché tutti dormiamo. La vita intera è un sogno. Nessuno sa cosa fa, nessuno sa quel che vuole, nessuno sa cosa sa. Dormiamo la vita, eterni bambini del Destino. Per questo, se penso con questa sensazione, sento una smisurata e intensa tenerezza per tutta l’umanità infantile, per tutta la vita sociale dormiente, per tutti, per tutto.
E’ un umanitarismo diretto, senza conclusioni e senza fini, quello che mi assale in questo momento. Provo una tenerezza come se un dio stesse guardando. Con una compassione di unico consapevole, li vedo tutti, questi poveri diavoli e la povera umanità. Che senso ha tutto ciò?
[...]
Distolgo gli occhi dalla spalle di chi mi precede, e posandoli su tutti gli altri che stanno camminando per questa strada, li abbraccio nitidamente nella stessa assurda e fredda tenerezza che mi è giunta dalle spalle di colui che è inconsapevole e che seguo. Sono tutti come lui; tutte queste ragazze che parlano dirette all’atelier, questi giovani impiegati che ridono diretti in ufficio, queste servette pettorute che tornano con la spesa pesante, questi fattorini che sbrigano le prime commissioni: tutto ciò è una stessa incoscienza diversificata in volti e corpi che si distinguono, come marionette mosse da fili che vanno a finire nelle stesse dita della mano di chi è invisibile. Passano con tutti gli atteggiamenti con cui la coscienza si manifesta, e non hanno coscienza di nulla, perché non hanno coscienza di avere coscienza. Alcuni intelligenti, altri stupidi, sono tutti ugualmente stupidi. Alcuni vecchi, altri giovani, sono tutti della stessa età. Alcuni uomini, altre donne, sono tutti dello stesso sesso che non esiste.
Credo che ciò che produce in me profondo sentimento, in cui vivo, di incongruenza con gli altri, sia il fatto che la maggior parte della gente pensa con la sensibilità, mentre io sento con il pensiero.Per l’uomo comune, sentire è vivere e pensare è saper vivere. Per me, pensare è vivere e sentire non è che il nutrimento del pensare.
E’ curioso che, essendo scarsa la mia capacità di entusiasmo, essa venga naturalmente sollecitata di più da coloro che sono opposti a me nel temperamento che da quelli che appartengono alla mia specie spirituale. Non ammiro nessuno nella letteratura come i classici, che sono quelli a cui somiglio di meno. Dovendo scegliere, come unica lettura, fra Chateaubriand e Vieira, sceglierei Vieira senza bisogno di pensarci.
Quanto più qualcuno è diverso da me, tanto più mi sembra reale, perché dipende meno dalla mia soggettività. Ed è per questo che il mio studio attento e costante si concentra su quella stessa umanità volgare che mi ripugna e da cui io sono distante. La amo perché la odio. Mi piace vederla perché detesto sentirla. Il paesaggio, meraviglioso come quadro, in genere è scomodo come letto.
La stanchezza di tutte le illusioni e di tutto ciò che c’è nelle illusioni - la loro perdita, l’inutilità di averle, la prestanchezza di doverle avere per perderle, il rammarico di averle avute, la vergogna intellettuale di averle avute sapendo che avrebbero fatto tale fine.
La coscienza dell’incoscienza della vita è la più vecchia imposta sull’intelligenza. Ci sono intelligenze incoscienti - brillii dello spirito, correnti di pensiero, misteri e filosofie - che hanno lo stesso automatismo dei riflessi corporei, come la gestione che il fegato e i reni fanno delle loro secrezioni.
Diamo comunemente alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre azioni del conosciuto: se la morte la chiamiamo sonno, è perché vista da fuori sembra un sonno. Costruiamo con la realtà, mediante piccoli malintesi, credenze e speranze, e viviamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici.Ma così è tutta la vita; così, almeno, è quel sistema di vita particolare che in genere si chiama civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non gli spetta, per poi sognare sul risultato. E davvero il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L’oggetto diviene realmente altro, perché lo rendiamo altro. Siamo manifatturieri di realtà. La materia prima è sempre la stessa, ma la forma che l’arte le ha conferito, le impedisce effettivamente di rimanere ad essere sempre la stessa. Un tavolo di pino è pino ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l’istinto sessuale, ma con la presupposizione di un altro sentimento. E questa presupposizione è, di fatto, già un altro sentimento.
Invidio - ma non so se sia invidia - coloro di cui si può scrivere una biografia, o chi può scrivere la propria. In queste mie impressioni senza nesso, né desiderio di nesso, narro indifferentemente la mia biografia senza fatti, la mia storia senza vita. Sono le mie Confessioni e, se in esse non dico nulla, è perché non ho nulla da dire.Cosa si dovrebbe confessare che abbia un valore o serva a qualcosa? Quello che ci è accaduto, o è accaduto a tutti gli altri o solamente a noi; nel primo caso non è una novità, nel secondo non interessa che sia compreso. Se scrivo ciò che sento è perché in tal modo diminuisco la febbre di sentire. Ciò che confesso non ha importanza: niente, del resto, ha importanza. Faccio paesaggi con ciò che sento. Faccio ferie delle sensazioni. Comprendo bene le ricamatrici per afflizione e quelle che fanno la calza perché c’è vita. La mia vecchia zia faceva solitari durante le infinite serate. Queste confessioni sul modo di sentire sono i miei solitari. Non li interpreto, come chi usasse le carte per leggere il destino. Non li ascolto, perché nei solitari le carte non hanno propriamente valore. Mi srotolo come una matassa multicolore, o faccio con me figure di bassa letteratura, come quelle che si intrecciano intorno alle mani tenute diritte e si passano poi da un bambino all’altro. Faccio solo attenzione che il pollice non manchi il laccio giusto. Poi giro la mano e l’immagine è differente. E ricomincio.
Vivere è fare la calza con una intenzione altrui. Ma, nel farla, il pensiero è libero, e tutti i principi incantati possono passeggiare nei loro giardini tra un’immersione e l’altra dell’ago di avorio con la punta ritorta. Uncinetto delle cose…Intervallo…Niente…
Del resto, su quale cosa di me posso contare? Una orribile acutezza delle sensazioni, e la comprensione profonda di stare sentendo…Una intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno avido di intrattenermi…Una volontà morta e una riflessione che la sta cullando, come un figlio vivo…Sì, uncinetto…
Questo blog non è una testata giornalistica, non fa parte del gruppo Mondadori ma soprattutto NON E' Studio Aperto. E' più che altro una roba tra Passpartout, il Supertelegattone, 90° minuto e un programma qualsiasi di Paolo Limiti. Praticamente una miscela esplosiva che fa entrare di diritto questo spazio nella gamma delle droghe leggere. Da usare con moderazione, sennò vi fottete il cervello.
I contenuti di questo blog sono pescati un po' qua un po' là nella rete; un po' qua un po' là nella mia biblioteca formato cameretta; un po' qua un po' la nella mia disco-teca e/o playlist formato .wav o .mp3; un po' qua un po' la nella mia videoteca e/o cartellina sul desktop formato .vob o PAL.
Non ho intenzione di offendere nessuno, tranne la vostra intelligenza.
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