Vanità e superbia

8 11 2007

La stoltezza della nostra natura qui descritta produce in primo luogo tre rampolli: ambizione, vanità e superbia. La differenza tra queste ultime due consiste nel fatto che la superbia è la già ferma convinzione del proprio superiore valore, sotto ogni riguardo; la vanità  invece è il desiderio di suscitare negli altri tale convinzione, per lo più accompagnato dalla segreta speranza di farla diventare, in seguito, una convinzione propria. Per questo la superbia è un’altra valutazione di sè stessi che procede dal di dentro quindi direttamente; invece la vanità è l’aspirazione a raggiungere quell’alta valutazione dal di fuori, dunque per via indiretta. La vanità per conseguenza rende loquaci, la superbia silenziosi. Ma il vanitoso dovrebbe sapere che l’altra opinione degli altri, a cui egli aspira, sarebbe più facilmente e sicuramente raggiungibile con un sistematico silenzio, anzichè col parlare, anche se avesse da dire le cose più belle. Non è superbo chiunque lo voglia, al massimo, chi vuole può affettare superbia, ma ben presto dovrà uscire da questo come da ogni ruolo assunto. Perchè solo la ferma, intima, incrollabile convinzone di superiori pregi e di speciali valori rende davvero superbi. Tale convizione può essere errata, e può basarsi su pregi soltanto esteriori e convenzionali - questo non infirma la superbia, purchè quella convinzione sia reale e seria. Poichè dunque la superbia è radicata nella convinzione, al pari di ogni altra conoscenza essa non dipende dal nostro arbistrio, il suo acerrimo nemico, voglio dire il suo maggiore ostacolo, è la vanità, che corteggia il consenso altrui per fondarvi la propria opinione di sè, mentre il presupposto della superbia è che quell’opinione sia già ben salda.Per quanto la superbia sia biasimata e vilipesa da tutti, io suppongo che ciò sia opera soprattutto di coloro che non hanno nulla per cui essere superbi. Di fronte alla sfacciataggine e all’insolenza della maggior parte degli uomini, chiunque abbia un qualche pregio fa benissimo a tenerlo in vista, per non lasciarlo cadere del tutto nell’oblio: infatti chi, trascurando bonariamente tali meriti, si comporta con la maggioranza degli uomini come se fosse del tutto un loro pari, viene da quelli, in buona fede, considerato per tale. Ma vorrei soprattutto dare questo consiglio a coloro che hanno pregi della qualità più alta, ossia pregi reali, e quindi autenticamente personali, dato che questi non si possono richiamare alla memoria in ogni istante con segni tangibili come le decorazioni e i titoli; in caso contrario essi vedranno applicato spesso in concreto il sus Minervam*. “Scherza con lo schiavo: ben presto ti morderà il posteriore” dice un proverbio arabo assai indovinato; e anche l’oraziano sum superbiam, quaesitam meritis** non è da buttar via. Certo la virtù della modestia è una non trascurabile invenzione dei pezzenti; perchè per modestia ognuno deve parlare di sé come se fosse anch’egli un pezzente; ne consegue un grandioso livellamento, come se al mondo non ci fossero altro che pezzenti.

*Il maiale (istruisce) Minerva.

**Sii tanto superbo quanto lo giustificano i tuoi meriti.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer

Andy Potts - Follow the leader





Felicità e Benessere

7 11 2007

E senza dubbio per il benessere dell’uomo, anzi per ogni aspetto della sua esistenza, la cosa principale è evidentemente ciò che è insito in lui o che in lui avviene. Qui infatti risiede il suo intimo benessere o malessere in quanto effetto immediato del suo sentire, della sua volontà e del suo pensiero; mentre tutto quello che è posto all’esterno vi esercita un’influsso solo indiretto. Pertanto i medesimi avvenimenti esterni o le medesime circostanze impressionano ognuno in modo diverso e nelle medesime condizioni ambientali ognuno vive in modo differente. Infatti l’uomo ha a che fare direttamente solo con le proprie rappresentazioni, coi propri sentimenti e coi moti della volontà: solo nella misura in cui determinano questi contenuti di coscienza le cose esterne hanno influsso su di lui. Il mondo in cui ciascuno vive dipende in primo luogo dal proprio modo di concepirlo, quindi si conforma ai differenti caratteri mentali: in base a tali differenze sarà povero, scialbo e piatto, oppure ricco, interessante e pieno di significato. Ad esempio, mentre si invidiano a qualcuno le circostanze interessanti che gli sono presentate nella vita, si dovrebbe piuttosto invidiargli le capacità di comprendere che conferisce a quelle circostanze il significato assunto nella sua descrizione: perchè le medesime circostanze che ha in una mente intelligente si configurano così interessanti, sperimentate da una mente mediocre non sono più di una insulsa scena di un mondo del tutto ordinario. Ciò appare in tutta evidenza in svariate poesie di Goethe e di Byron palesemente tratte da circostanze reali: un lettore poco accorto è capace di invidiare il poeta per l’avvenimento così gratificante anzichè per la possente fantasia che da un episodio comune ha saputo trarre qualcosa di sommamente grande e bello. Allo steso modo il malinconico vede una scena tragica laddove il sanguigno vede solo un interessante conflitto e il flemmatico qualcosa di insignificante. Tutto questo dipende dal fatto che ogni realtà, vale a dire ogni presente effettivo, consiste in due metà, il soggetto e l’oggetto, sia pure in una connessione di stretta e necessaria affinità, come l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua. Se la metà oggettiva è perfettamente uguale, e la metà soggettiva differente, come pure nel caso contrario, la realtà presente è del tutto diversa: la migliore, la più bella realtà oggettiva, se la soggettiva è ottusa e scadente, dà solo una realtà e un presente scadenti; come un bel paesaggio col tempo cattivo, o nel riflesso di una camera obscura difettosa. O per dirla in termini più semplici: ognuno sta dentro la propria coscienza come dentro la propria pelle e solo in essa vive con immediatezza: quindi non lo si può aiutare molto dall’esterno. Sulla scena uno fa la parte del principe, un altro del consigliere, un terzo fa il servo o il soldato, il generale ecc., ma queste differenze si colgono semplicemente nell’aspetto esterno; nell’interiorità, come anima di una simile apparizione, si cela in tutti la stessa cosa: un povero commediante col suo tormento e la sua miseria. Nella vita è lo stesso. Le differenze di ceto e di censo danno a ciascuno la propria parte da recitare; ma a questa non corrisponde affatto una differenza interna in merito alla felicità e al benessere; così anche in questo caso, dentro a ciascuno è nascosto il medesimo povero diavolo con la sua miseria e il suo tormento; questi certo differiscono nel contenuto, da persona a persona ma nella forma, ossia nella loro vera essenza, sono abbastanza simili per tutti; sia pure con differenze di grado, che però non dipendono affatto dalla posizione sociale e dalla ricchezza, cioè dal ruolo adottato. Infatti poichè tutto quello che è e avviene per l’uomo è immediatamente solo nella sua coscienza e per essa avviene; così è evidente che la qualità della coscienza è l’essenziale e nella maggior parte dei casi conta più delle forme che vi si rappresentano.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer

Andy Potts - Pixel Surgeon





L’Indole

2 11 2007

Che per la nostra felicità e il nostro godimento il dato soggettivo sia di gran lunga più essenziale di quello oggettivo è confermato da tutto: a cominciare dal fatto che la fame è il migliore dei cuochi, e che il vecchio guarda con indifferenza colei che per il giovane è una dea, salendo per gradi fino alla vita del genio e del santo. In particolare la salute sovrasta ogni altro bene esterno, tanto che veramente un mendicante sano è più felice di un re malato. Un temperamento calmo e sereno derivante da una salute perfetta e da una buona costituzione, un’intelligenza chiara, vivace, penetrante e obiettiva, una volontà moderata e flessibile e quindi una coscienza tranquilla - sono pregi che nessuna posizione sociale e nessuna ricchezza possono sostituire. Infatti quello che un uomo è per sé stesso, che lo accompagna nella solitudine, e che nessuno gli può dare o togliere è per lui evidentemente più essenziale di tutto il resto che egli possiede, o di tutto quello egli può essere agli occhi degli altri. Un uomo dotato intellettualmente, in competa solitudine, può intrattenersi in modo assai dilettoso con i propri pensieri e le proprie fantasie, mentre il continuo avvicendarsi di trattenimenti, spettacoli, gite e divertimenti non riesce a difendere da una tormentosa noia un uomo ottuso. Un carattere buono, moderato, mite, può essere contento anche in condizioni precarie; mentre non lo è un carattere avido, invidioso e maligno, nonostante tutte le ricchezze. [...]Per la felicità della nostra vita quindi è ciò che noi siamo, la personalità in assoluto la cosa preminente e la più essenziale, già per il fatto che è attiva costantemente e in ogni circostanza; inoltre essa non è soggetta al destino, e non può esserci sottratta. Il suo valore può dirsi pertanto assoluto. Ne consegue che l’uomo può ricevere al di fuori assai meno di quanto si pensi.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer

Andy Potts





Il tempo libero

29 10 2007

Tenuto conto che il cervello si presenta come il parassita, o il pensionato all’interno dell’organismo, il tempo libero ottenuto da ognuno, in quanto gli concede libero godimento della sua coscienza e della sua individualità, è il frutto e il guadagno dell’intera sua esistenza, che nella parte restate è solo tensione e fatica. Ebbene, cosa produce il tempo libero nella maggior parte degli uomini? Noia e torpore, fino a che non lo riempiono piaceri sensuali e banalità. Quanto sia privo di valore lo dimostra il modo in cui lo impiegano: è proprio l’”ozio luogo d’uomini ignoranti” dell’Ariosto. La gente comune mira semplicemente a passare il tempo, chi ha un qualche talento a come utilizzarlo. Che le menti ristrette siano tanto esposte alla noia deriva dal fatto che il loro intelletto non è che lo strumento di motivazioni per la loro volontà.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer

Andy Potts - Time out London





La noia

5 10 2007

Com’è noto i mali diventano più leggeri quando sono sopportati in comune: tra questi mali sembra che la gente ponga anche la noia; per questo si raduna, per annoiarsi insieme. Come l’amore della vita, in fondo, non è altro che il timore della morte, così anche l’impulso alla socievolezza da parte degli uomini non è, in fondo, un impulso diretto, non si basa infatti sull’amore della compagnia ma sul timore della solitudine, perché non è tanto che si cerca la presenza gratificante degli altri, quanto che si fugge la desolazione e l’oppressione della solitudine, insieme con la monotonia della propria coscienza. Per sfuggire a questa ci si accontenta anche di una cattiva compagnia, e ci si rassegna a quanto di fastidioso  e di costrittivo ogni compagnia necessariamente implica. Se invece prevale il disgusto per tutto ciò e quindi subentra l’abitudine a essere soli; se si resiste alla prima impressione, sicchè la solitudine non produrrà più gli effetti descritti sopra; allora si riuscirà a star soli sempre con il massimo piacere, senza più desiderare la compagnia; sia perché lo stare insieme agli altri non è un bisogno naturale, sia perché ci si è abituati ai benefici affetti della solitudine.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer





Amore e stima

5 10 2007

La Rochefoucauld ha giustamente osservato che è difficile stimare molto qualcuno e insieme amarlo molto. Perciò noi dovremmo scegliere se aspirare all’amore degli uomini oppure alla stima. Il loro amore è sempre interessato, anche se in modi assai diversi. Inoltre i mezzi usati per conquistarlo non sono sempre tali da rendercene orgogliosi. In primo luogo uno viene amato nella misura in cui riduce le proprie pretese in merito all’intelligenza e al cuore degli altri, e questo sul serio, non per finzione o per effetto  di quella indulgenza cha ha origine dal disprezzo. Da queste premesse di potrà trarre la conclusione se si ripensa alle verità dell’osservazione di Helvétius: Le degré d’esprit nécessaire pour nous plaire est une mesure assez exacte du degré d’esprit que nous avons. Il contrario accade invece con la stima. Questa viene estorta agli uomini loro malgrado, e appunto per questo è per lo più dissimulata. Perciò ci procura nell’intimo una soddisfazione assai maggiore, in quanto è connessa al nostro valore, mentre non è necessariamente la stessa cosa con l’amore: questo è di natura soggettiva, la stima invece di natura oggettiva.

L’amore, certo, ci è più utile.

Aforismi sulla saggezza del vivere. Arthur Schopenhauer