Andy Warhol

28 03 2008

Pop è un brutto nome?

Il nome è proprio brutto. Dada deve avere qualcosa a che fare con pop - è buffo, i nomi sono veramente sinonimi. Qualcuno sa che cosa volevano dire o con che cosa avevano a che fare questi nomi? Johns e Rauschenberg, neo-dada per tutti questi anni erano considerati da tutti dei derivati da dada, degli inca­paci di trasformare le cose che usavano; ora sono chiamati progenitori della Pop. È divertente come cambino le co­se. [ ... ]

Che influenza hai subito, nel tuo lavoro, da dada?

Quando per la prima volta mi ci sono imbattuto l’ho considerato con rispetto e ho pensato che fosse abbastanza buo­no, ma non aveva niente a che fare con me. Come il mio lavoro cominciò a evol­versi, cominciai a comprendere - non a livello di coscienza, fu infatti una sor­presa - che forse aveva qualcosa a che fare col mio lavoro.
[...] Sono sempre più consapevole di co­me sia audace l’atto del dipingere. Una delle ragioni per cui incominciai a fare i collages fu che non mi sentivo coinvolto in quanto stavo dipingendo. Non avevo abbastanza interesse in una rosa per di­pingerla. Uno dei motivi di ciò penso venga dal fatto di dipingere sui cinquan­ta, intendo dire che per un pittore l’a­more per i fiori se n’è ormai andato. Le rose o le bottiglie o cose di quel genere non mi piacciono abbastanza per desi­derare di sedermi a dipingerle con amo­re e pazienza. E adesso, con queste gran­di immagini…Beh! in giro non ci sono abbastanza spazi per la pubblicità e io devo dipingere una tazza; ma le tazze non mi dicono niente, non so proprio come possano essere. So solo che in que­sto quadro devo avere una tazza.
Ecco, nel quadro a cui sto lavorando ci ho messo questa semplice tazza blu e poi ho capito che dovevo farci su qual­cosa. Dovevo inventare una tazza e, Dio, non riuscivo a rendermi conto di quanto ciò fosse audace. Anche ciò è spaventoso - dipingere qualcosa senza essere ben convinto di come dovrebbe essere. [...]

(Intervista con Gene Swenson, in “Art News”, n. 7, New York, novembre 1963).

[...] Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha alcun bisogno ma che lui - per qualche ragione - pensa sia una buona idea dargli.
[...] Penso spessissimo agli scrittori a spazio, quelli che vengono pagati in ba­se a quanto scrivono. Penso sempre che la quantità sia la miglior misura di tutto (perché si fa sempre la stessa cosa anche se sembra di fare qualcos’altro), così mi san messo in mente di diventa­re un “artista a spazio”. Quando è mor­to Picasso ho letto su una rivista che aveva fatto quattromila capolavori nel­la sua vita e ho pensato: “Gesù, potrei farli in un giorno”. E ho cominciato. E poi ho scoperto che: “Gesù, ci vuole più di un giorno per fare quattromila quadri”. Perché, dato il modo con cui li faccio e la mia tecnica, pensavo dav­vero di poterne fare quattromila in un giorno. E sarebbero stati tutti capola­vori perché sarebbero stati tutti lo stes­so quadro. Ho cominciato e sono arri­vato a fame circa cinquecento, e poi l’ho piantata lì. [...]

(La filosofia di Andy Warhol, Costa & Nolan, Genova 1983).

andy warhol - knives





Roy Lichtenstein

27 03 2008

“La maggior parte della gente, in realtà, mi considera un disegnatore di fumetti e basta. La cosa non mi infastidisce, anche se non disegno fumetti nudi e crudi dal 1965. Il mio uso dei comics era (e rima­ne) un linguaggio ironico sull’arte mag­giore e su quella che viene considerata ‘arte volgare’. Dopotutto è questa l’arte che ci circonda. Non viviamo mica in un quadro impressionista, l’architettura che vediamo nelle nostre città non è Mies van der Rohe, ma McDonald’s. Da qui sono partito e ancora oggi continuo a usare i segni dei fumetti di una volta: puntini e strisce diagonali, per dare l’im­pressione di lavori di seconda mano, ri­produzioni fatte a macchina. Ma nelle mie ultime opere, grandi interni presi dalle ‘Pagine Gialle’ in cui compaiono anche specchi e immagini di donna, ci sono differenze sostanziali da quello che facevo trent’anni fa.
Non saprei però dame una definizione. Quando cerco di spiegare il mio lavoro, non riesco mai a prendermi del tutto sul serio”.
 [...]“Non penso che la Pop Art sia eter­na. Quando un’idea è stata capita, è an­che finita. Nella storia dell’arte, la Pop Art va considerata come una naturale evoluzione dell’arte verso linguaggi bas­si, soggetti ordinari. La differenza tra ‘La lavandaia’ di Daumier e le mie eroi­ne piangenti sta nell’ironia. Daumier non aveva intenzione di divertire, io, in­vece, sì. Ma non inventavo niente di nuovo.
Già Picasso aveva uno sguardo ironico su Velazquez. Ora, immaginare un’evoluzione della Pop Art mi è diffici­le. Ma non si sa mai… “”Madonna è senz’altro un’icona Pop. Anzi con le sue provocazioni sessuali, ma soprattutto con precisi elementi di stile ne ha addirittura modificato i con­torni. È arte? Non ne ho la più pallida idea, ma Madonna mi diverte”.
[...] “Se capissi cosa rivoluzionerà il mondo dell’arte, me ne approprierei immediatamente. Ho quasi settant’anni, ma la fame di nuovo è la stessa di quan­do ne avevo venti. La situazione comun­que mi pare un po’ stagnante, c’è sem­pre la sensazione che tutto sia già stato fatto. Ma devo ammettere che io stesso, agli inizi, mi sentivo schiacciato tra Ma­levic da una parte e Pollock dall’altra. Cos’altro rimane da fare? mi chiedevo. E invece”.

(Intervista di Marina Conti, in “L’E­spresso“, 17 ottobre 1993).

roy lichtenstein





Claes Oldenburg

26 03 2008

Sono per un’arte politica-erotica-mistica che fa tutto fuorché sedersi in un museo. Sono per un’ arte che si sviluppa senza sapere di essere arte, un’arte che ha la fortuna di partire dal punto Zero.
Sono per un’arte che si intreccia con la vita di tutti i giorni e nello stesso tempo ne salta fuori, Sono per un’arte che imi­ta l’umano, che è comica, se necessario, o violenta, o qualsiasi altra cosa, se ne­cessano.
Sono per un’ arte che prende le sue for­me dalla vita e si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola ed è dolce e stupida proprio come la vita.
Sono per un artista che sparisce eri­spunta con un berretto bianco per di­pingere insegne e cartelloni.
Sono per un’arte che vien fuori come un pennacchio di fumo e si disperde nel cielo,
Sono per un’arte che si riversa dal bor­sellino di un vecchio quando è urtato da un parafango che passa.
Sono per l’arte che esce dalla bocca del cagnolino e che cade a terra dal quinto plano.
Sono per l’arte che il bambino lecca do­po averle tolto la carta.
Sono per un’arte che si muove come le ginocchia della gente quando un auto­bus passa su un buco.
Sono per un’arte che si fuma come una sigaretta, che puzza come un paio di scarpe.
Sono per un’arte che sventola come una bandiera. O che ci aiuta a soffiarci il na­so con un fazzoletto.
Sono per un’arte che si mette e si toglie, come i pantaloni, che si bucherella come i calzini, che si mangia come una fetta di torta, che si abbandona con gran di­sprezzo come un pezzo di merda.
Sono per un’arte coperta di bende. Sono per un’arte che zoppica, rotola, corre, salta. Sono per un’arte che viene in un barattolo o che si rovescia sulla riva. Sono per un’arte che si avvolge o si sro­tola come una cartina. Sono per un’arte che perde i capelli.
Sono per un’arte su cui ci si può mette­re a sedere. Sono per un’arte contro cui puoi picchiare il naso o inciamparci coi piedi. [...]

(Sono per un’arte…, in catalogo Environ­ments Situatiom Spaces, Galleria Martha Jackson, New York, maggio-giugno 1961 e in C. Oldenburg, Stare Days, The Something Else Press Inc., New York 1967).

claes oldenburg





Pop Art

25 03 2008

Questo blog ultimamente sta ospitando gente illustre! Mentre altri si accontentano di intrattenere meteore o personaggi della tivvù con interviste - che dio solo sa se fregano a qualcuno - sui cosa hai fatto, cosa farai in cui l’intervistatore evita di porre le domande fondamentali, ovvero: ma chi sei? chi ti conosce? perchè dovremmo darti spontaneamente dei soldi per venirti a guardare? cerco di fare una cernita tra gli artisti che veramente contano. Per non cadere in errore - visto che il termine artista viene spesso associato a personaggi discutibili - resto nei territori dell’arte e inauguro un’altra rassegna, questa volta dedicata ai tre massimi esponenti della Pop Art. Movimento che sigla definitivamente la decadenza dell’arte come espressione dei moti della società civile. Figlia del Dadaismo la Pop art con i suoi colori luminosi, i contorni marcati, le Icone a prima vista sembra un’esplosione di gioia e vitalità mentre in realtà - nemmeno tanto in fondo - nasconde un senso di disillusione, precarietà e sconforto. Warhol, Oldenburg e Lichtenstein usano i linguaggi dei mass-media e della pubblicità perchè se il vecchio spettatore, con la rivoluzione industriale, si è trasformato in consumatore l’arte si è adeguata a da esempio di creatività s’è trasformata in prodotto.

Un buon video per introdurre l’argomento poteva essere l’ultimo della Kylie ma l’ho già bruciato, ho trovato però un migliore sostituto che Pop, almeno nell’immagine, c’è sempre stato.

Beck, Nicotine & Gravy





Ron Mueck

18 01 2008

Ron Mueck è uno dei più importanti iperrealisti viventi ma le vicessitudini della sua vita l’hanno portato a diventare artista molto tardi.
Nato in Australia da genitori tedeschi, ha viaggiato per gli Stati Uniti, vive a Londra e per venti lunghissimi anni non ha avuto nulla a che fare con l’arte intesa nel senso stretto del termine. Il suo curriculum vitae è una giungla di importanti esperienze in programmi per l’infanzia, effetti speciali per il cinema, pubblicità. L’utilizzo del silicone e di materiali acrilici a cui ci ha abituati non è nulla di nuovo, è un’abilità già padroneggiata per film come “The Storyteller” e “Labyrinth” di Jim Henson. Tuttavia tra il 1996 e il 1997 Ron Mueck prese con tutta probabilità la decisione di applicare le sue capacità ad altri ambiti, e così nel 1997 ha fatto il suo ingresso nel mondo dell’arte nel modo più clamoroso: con la mostra “Sensations: Works of art from the Saatchi Collection” alla Royal Accademy di Londra, presentata più tardi anche alla Hamburger Bahnhof a Berlino. La sua attuale solitaria alla Hamburger Bahnhof (Berlino) trasporta i visitatori nel suo mondo fatto di sculture figurative alle quali manca solo l’alito vitale. È solo questo? È solo la sua grande abilità manuale a trasformare i suoi pezzi in opere d’arte, a suscitare nei visitatori un miscuglio di sentimenti, ma mai indifferenza? Noi pensiamo ci sia molto di più che la pura realtà di un corpo umano e delle sue crude imperfezioni (brufoli, peli sgradevoli, unghie tagliate male, capillari rotti) che “Wow, sembrano proprio veri!”. Tutte queste sculture quasi vive sono vulnerabili. E non certo a causa delle loro imperfezioni, ma perché sono rappresentate in momenti privati durante i quali essere al centro dell’attenzione sarebbe imbarazzante o spiacevole quasi per chiunque.Gravidanze allo stadio più avanzato, nudità, la scoperta della propria immagine allo specchio, invecchiamento. Mueck potrebbe facilmente ferirli. Non lo fa. Li protegge con lo loro stessa dignità, con la loro stessa integrità. Shockare, offendere, ferire: in qualche modo risulta facile. Occuparsi di esseri umani (anche se, in questo caso, fittizi, essendo essi il prodotto di una mente prolifera) in tali momenti e in un modo così delicato è più difficile.

L’iperrealismo è una corrente dell’arte contemporanea americana, nata negli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta e poi diffusasi in Europa. Chiamata anche superrealismo, realismo radicale, realismo fotografico, iperfotografismo, l’iperrealismo rifiuta la realtà, proponendone una riproduzione meccanica, spesso a partire dalla sua immagine fotografica ingrandita. Ne risulta dunque una visione che va al di là della realtà, stravolgendola. Pur derivando dalla Pop-art, l’iperrealismo non si propone come satira, giungendo talvolta ad un virtuosismo esasperato.

ron mueck

 

Fonte 1 e Fonte 2