Pop è un brutto nome?
Il nome è proprio brutto. Dada deve avere qualcosa a che fare con pop - è buffo, i nomi sono veramente sinonimi. Qualcuno sa che cosa volevano dire o con che cosa avevano a che fare questi nomi? Johns e Rauschenberg, neo-dada per tutti questi anni erano considerati da tutti dei derivati da dada, degli incapaci di trasformare le cose che usavano; ora sono chiamati progenitori della Pop. È divertente come cambino le cose. [ ... ]
Che influenza hai subito, nel tuo lavoro, da dada?
Quando per la prima volta mi ci sono imbattuto l’ho considerato con rispetto e ho pensato che fosse abbastanza buono, ma non aveva niente a che fare con me. Come il mio lavoro cominciò a evolversi, cominciai a comprendere - non a livello di coscienza, fu infatti una sorpresa - che forse aveva qualcosa a che fare col mio lavoro.
[...] Sono sempre più consapevole di come sia audace l’atto del dipingere. Una delle ragioni per cui incominciai a fare i collages fu che non mi sentivo coinvolto in quanto stavo dipingendo. Non avevo abbastanza interesse in una rosa per dipingerla. Uno dei motivi di ciò penso venga dal fatto di dipingere sui cinquanta, intendo dire che per un pittore l’amore per i fiori se n’è ormai andato. Le rose o le bottiglie o cose di quel genere non mi piacciono abbastanza per desiderare di sedermi a dipingerle con amore e pazienza. E adesso, con queste grandi immagini…Beh! in giro non ci sono abbastanza spazi per la pubblicità e io devo dipingere una tazza; ma le tazze non mi dicono niente, non so proprio come possano essere. So solo che in questo quadro devo avere una tazza.
Ecco, nel quadro a cui sto lavorando ci ho messo questa semplice tazza blu e poi ho capito che dovevo farci su qualcosa. Dovevo inventare una tazza e, Dio, non riuscivo a rendermi conto di quanto ciò fosse audace. Anche ciò è spaventoso - dipingere qualcosa senza essere ben convinto di come dovrebbe essere. [...]
(Intervista con Gene Swenson, in “Art News”, n. 7, New York, novembre 1963).
[...] Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha alcun bisogno ma che lui - per qualche ragione - pensa sia una buona idea dargli.
[...] Penso spessissimo agli scrittori a spazio, quelli che vengono pagati in base a quanto scrivono. Penso sempre che la quantità sia la miglior misura di tutto (perché si fa sempre la stessa cosa anche se sembra di fare qualcos’altro), così mi san messo in mente di diventare un “artista a spazio”. Quando è morto Picasso ho letto su una rivista che aveva fatto quattromila capolavori nella sua vita e ho pensato: “Gesù, potrei farli in un giorno”. E ho cominciato. E poi ho scoperto che: “Gesù, ci vuole più di un giorno per fare quattromila quadri”. Perché, dato il modo con cui li faccio e la mia tecnica, pensavo davvero di poterne fare quattromila in un giorno. E sarebbero stati tutti capolavori perché sarebbero stati tutti lo stesso quadro. Ho cominciato e sono arrivato a fame circa cinquecento, e poi l’ho piantata lì. [...]
(La filosofia di Andy Warhol, Costa & Nolan, Genova 1983).









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