Ho un unico desiderio: quando verrà quel momento, spero di essere sola ad affrontarlo. Ho provato cosa significa assistere una persona cara che se ne va; è un dolore che non vorrei dare a chi mi vuol bene.
Fin da quando studiavo filosofia all’università, mi è venuto spontaneo interrogarmi sul senso della vita e quindi, inevitabilmente, della morre. E su come questo senso sia cambiato al giorno d’oggi per il progressivo dissolversi del sacro. Mi spaventa la tentazione odierna d’inseguire l’immortalità della carne, parodia della tentazione di Faust a fermare l’attimo. Da donna, la vedo nella fissazione per la chirurgia estetica, nel mito di voler rimanere giovani anche fisicamente.
Fin da bambina ero molto contenta di avere delle nonne con i capelli bianchi: un giorno vorrei arrivare a essere come loro, non una specie di velina invecchiata. C’è, oggi, una profonda vocazione ad andare contro natura, un voler superare i limiti: quella sfida tracotante che i greci antichi chiamavano «libris». Tutto ciò ha a che fare con la paura della morte e del dolore.
Intendiamoci: l’attuale predominio della cultura scientifica ha ottenuto tanti risultati importanti per l’umanità. Ma, come contrappeso, dev’esserci il senso del limite, perché l’uomo è un essere limitato. Fra tutte le grandi creazioni dell’umanità, l’arte è nata proprio per rappresentare l’invisibile e l’immortale: non solamente quella sacra, non solo Raffaello, ma anche l’arte astratta di Vasilij Kandinskij o Kazimir Malevic, cercava di dare corpo a questa dimensione.
Oggi invece si vuole trasferire l’immortalità al corporeo, ribellarsi a quella concezione lineare del tempo che ha sempre contraddistinto la civiltà occidentale.
Per secoli abbiamo prodotto arte e letteratura che nascono dal pensiero della morte. Ma i progressi stessi della medicina ti cullano nell’illusione che per tutto ci sia una soluzione, così perdiamo il senso della malattia e dell’irrimediabilità della fine, anche quando si vivono da vicino situazioni estreme, magari attraverso la sofferenza di persone care.
Ogni essere umano è unico e irripetibile, nasce e vive e deve rassegnarsi a morire, né c’è clone possibile che ne possa rimpiazzare i ricordi, gli attimi fuggenti e irripetibili che hanno disegnato per ciascuno di noi il senso della vita. Questo mi dico quando penso che un giorno dovrò affrontare la mia morte. Da sola.
Martina Mondatori 28 anni, consigliere di amministrazione della Casa Editrice Mondadori
Panorama n° 32 anno 2006
La danza macabra III









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