Si va a un concerto e ci si perde

25 07 2008

Neapolis Rock Festival 24/07/2008

Prima del concerto mi ero immaginata di scrivere tutt’altra recensione, ma si sa che la realtà riserva sorprese inaspettate e quindi ecco come sono andate le cose in questa giornata. Appena ho saputo che i Bluvertigo avevano in programma una data in Campania non c’ho pensato 2 volte e sono andata a comprare il biglietto. Erano circa 10 anni che desideravo vedereli dal vivo, mentre sapevo già della bravura mostruosa degli Elii che avevo già visto in coppia con Bisio in Coèsi se vi pare e poi i Baustelle mi incuriosivano, volevo vedere cosa riuscivano a creare sul palco. Di seguito il Festival band per band.

Baustelle: La Moda del Lento

Verso le 19 aprono i Baustelle con Antropophagus, entrano sul palco tutti vestiti di nero, Francesco con occhiali anni ‘70 da sfigato e una margheritona rosa all’occhielo, e la sempreverde maglietta con ampio scollo a V. Rachele con i capelli nerissimi e tirati all’indietro, un’abbronzatura perfetta e un gilet blu abbottonato in vita. Salutano ed attaccano a cantare. Non si scompongono più di tanto, Francesco prova qualche mossa da rockstar ma è troppo insicuro nei gesti, a tratti finisce anche per scimmiottare Jean Claude di Sensualità a corte, non sapendo di farlo ovviamente. Non è un animale da palco e ne è conscio, quindi rientra dietro l’asta del microfono, il posto più consono. Proprongono quasi mezzo ultimo disco, qualcosa de La Malavita (non hanno fatto Revolver uffa!), qualcosa de La Moda del lento (non hanno fatto Arriva lo ye ye) e qualcosa dell’album di debutto. I loro brani dal vivo risultano molto meno tirati, più diluiti e la folla sembra accorgersene tant’è che dopo la prima mezz’ora comincia a sbuffare e sbadigliare, io addirittura parlotto con una mia amica del più e del meno, altri si divertono a creare esilaranti coreografie sui vari brani. Insomma durante il concerto dei Baustelle si è ingannata l’attesa, la maggior parte era lì per Morgan ed Elio, tant’è ad un certo punto, dopo quasi un oretta dall’inizio della performace dei Baustelle, ho chiesto alla mia amica: ‘Si ma il concerto quando comincia?‘. Stronza come al solito. Dal punto meramente Live sono stati ineccepibili: precisi, puliti, ordinati (troppo forse), mai una stecca. Rachele ha una voce da paura e una presenza scenica maggiore rispetto a Francesco. Dopo aver terminato la scaletta sono rientrati per proporre Baudelaire. Performance senza infamie e senza lode. Troppo soporiferi.
Voto: 7 per la performance e 5 per la presenza scenica. Ragazzi dovete osare di più.

Si meritano però un 10 per l’umanità. Mentre gli addetti stavano smontando il palco, Francesco è sceso tra la folla, ha firmato autografi, baciato fan, fatto foto, chiacchierato con tutte. S’è messo a completa disposizione del pubblico.

Intervallo: il caso

Il secondo gruppo in scaletta erano i Bluvertigo, gli addetti ai lavori smontano la strumentazione dei Baustelle ma invece di montare quella dei Bluvertigo assemblano quella degli Elii. Una ragazza infatti comincia ad urlare: ‘Uau quella è la batteria con le croci di Christian Meyer!”, arrivano a montare anche le tastiere di Rocco Tanica ma nessuno dice niente. Dopo una mezz’oretta sul palco si crea un gruppetto di addetti che parlattano tra loro, uno di questi si decide e si avvicina al microfono, avvertendo il pubblico che avrebbero suonato prima di Elii e poi i Bluvertigo perchè Morgan - motivazione ufficiale - s’era perso per la strada. Forse non trovava l’uscita della tangenziale. E che avremmo dovuto pazientare 3/4 d’ora. Che poi è diventata un’ora e dieci. Sale del malumore tra il pubblico che si allontana dal palco e si avvicina agli stand degli sponsor che regalano gadget o se ne vanno a mangiare una pizza sempre tra le 4 mura della Mostra d’Oltremare, location quanto mai azzeccata per manifestazioni di questo tipo. Io mi sono sentita presa per il culo perchè la motivazione data assolutamente non sussisteva, gli addetti sapevano da prima del cambiamento perchè si sono subito attrezzati a montare la strumentazione degli Elii e solo dopo una mezz’oretta hanno dato l’annuncio al pubblico. In più Andy già c’era dietro le quinte, è sceso (si trascinava la gamba destra mah) e si è scusato col pubblico del contrattempo. Un’altro tizio dell’entourage stava dicendo ad un suo amico che di tutto il gruppo l’unico che s’era presentato era Andy e che non c’era nessun altro nei camerini. Alla faccia della reunion, ognuno ha raggiunto il posto di lavoro con mezzi diversi.
Ora s’era capito che gli addetti volevano temporeggiare per dar modo ad Elio di essere avvertito, tornare da dove si trovava e prepararsi per lo show ma avrebbero potuto dirlo diversamente invece di sparare una cazzata così banale.
Dopo un’ora di attesa il pubblico si avvicina di nuovo al palco, spazientito comincia a gridare ‘Fuori! Fuori!‘ e volano anche alcuni fischi. Dopo cinque minuti vengono fuori gli Elii.

Elio e le Storie Tese: Fossi Figo

Lo show degli Elii era tutto incentrato sull’eleganza, infatti erano tutti col doppio petto e la giacca blu (andrà di moda) in taftà. Prima di ogni brano Elio si divertiva ad introdurlo con un discorso sempre incentrato sul tema della serata, l’eleganza appunto e intervallava l’esibizione dei pezzi con inserti umoristici preparati col solito (e bravissimo) Rocco Tanica. La presentazione dei membri del gruppo è stata esilarante, su tutti Faso che s’è divertito a fare il divo, mostro anche lui che s’è ritrovato a suonare la chitarra acustica mentre teneva il basso dietro la schiena. Il gruppo era accompagnato da una cantante con una voce simil-Giorgia, una certa Folli che a ugola sta messa molto ma molto bene.
Quello di Elio non è mai un concerto, è un vero è proprio spettacolo, grande intrattenitore è stato in grado di scaldare e coinvolgere una folla stanca e spazientita per l’attesa e a farla divertire, grazie anche all’immancabile Mangoni che con la sua lapdance farebbe resuscitare i morti oltre che tramutare tutti i gay in sala in etero impenitenti (ci vuole stomaco a guardarlo). I pezzi proposti erano un pò da repertorio e un pò presi dall’ultimo lavoro, Parco Sempione è già diventata un classico col suo testo amaro e il ritmo asimmetrico. Consci del ritardo accumulato, alcuni pezzi li hanno cantati l’uno dietro l’altro senza alcuno stacco, sembrava un medley ma non lo era, hanno tenuto il ritmo per un buon quarto d’ora infilandoci 4 brani senza mai alzare le dita dalle corde. Bene, bravo, bis. Nel bis hanno regalato Tapparella che il pubblico chiedeva a gran voce dall’inizio della loro performance ‘forza Panino!‘, mentre in Mio Cuggino Elio ha inserito una strofa riferita al ritardo di Morgan e il pubblico ha applaudito con tutto lo sdegno possibile. Che dire? Mostri, geni, cose che già si sanno. Sono una garanzia di qualità.
Voto: 10 per tutto.

Bluvertigo: Fuori dal Tempo (The most gigantic lying mouth of all time)

Sono circa mezzanotte e un quarto. Velocemente gli addetti ai lavori, Livio e Andy organizzano il palco, Morgan entra che il pubblico era impegnato a cazzeggiare, non proprio un’entrata da primadonna. I Bluvertigo sono già sul palco mentre la gente in tutta fretta si accalca alle transenne, consci anche loro del ritardo hanno fatto il possibile per recuperare qualche minuto. Il colore che caratterizzava il gruppo era il bianco, Morgan lo era completamente con cinturina swaroski, mentre Livio e Sergio si erano limitati alla sola camicia e Andy era vestito alla maniera decostruttivista, figure spezzate bianche e nere sfaccettavano il suo gilet. Attaccano con il brano meno felice di tutto il loro repertorio, l’Assenzio di cui forse ne erano fatti. Morgan era visibilmente e risibilmente su di giri, a volte faticava anche a stare in piedi. Addirittura su La crisi s’è scordato una strofa e ciò ha ridotto di qualche minuto il pezzo, su Altre forme di vita pure s’era dimenticato le parole e su Iodio (!!) se n’è uscito con un bleah nel bel mezzo della seconda strofa. Dimenticanza o trovata? A questo punto non c’è due senza tre. Hanno suonato brani provenienti dagli unici tre album in studio del gruppo (i Baustelle hanno fatto di più), nessuno nuovo pezzo, è evidente che non hanno assolutamente l’intenzione di tornare seriamente assieme e che questa riunione non è altro che un modo per approfittare del successo derivato da X-Factor e Storytellers, insomma un bluff. Più che un ‘grande ritorno’ sembrava l’incontro tra ex liceali che oramai hanno preso strade diverse. Mi sono sentita fuori luogo, mai capitato in un contesto del genere, ma quei pezzi appartengono alla mia adolescenza ormai trascorsa e il concerto dei Bluvertigo è sembrato più una commemorazione di questa, una marcia funebre che non un concerto dove ascoltare semplicemente buona musica. 
Sono completamente Fuori dal Tempo
Tra i brani hanno suonato anche Complicità, cover di Here’s the house dei Depeche Mode e mi hanno fatto venire la voglia di andare a vederli live! Morgan non so se fosse raffreddato o meno ma non aveva voce, a stento si sentiva, aveva difficoltà anche col basso, Andy non è assolutamente cambiato fa quelle mossette robotiche a suo solito e il taglio di capelli è sempre quello. Sono convinta che lo scongelano all’occorrenza perchè non è possibile una cosa del genere. Dopo 10 anni non puoi fare ancora il verso a Martin L. Gore dei Depeche, avrai una decenza anche te. Suonano a malapena per 45 minuti, ringraziano e stanno lì per andarsene ma non c’è Sergio sul palco, Morgan invita il pubblico a chiamarlo ma lui non esce quindi Morgan pensa bene di piantarla lì, saluta e se ne va. Che fine ha fatto Sergio? Perchè non è salito sul palco? S’è offeso perchè Morgan s’è dimenticato di citarlo all’inizio dell’esibizione?
Effettivamente appena saliti sul palco Morgan ha cominciato a presentare il gruppo: Andy, Livio, lui e si dimentica di Sergio al che il pubblico lo invoca a gran voce, Sergio si alza con mano sul cuore, si inchina e ringrazia. Morgan dice: ‘Ah si, naturalmente c’è Sergio, avrebbe avuto un momento tutto suo ma vabbè’, fatto sta che ‘quel momento tutto suo’ non è mai arrivato e quindi non ho capito a cosa Morgan si riferisse, evidentemente s’è inventato una scusa per giusticare la sua dimenticanza. Patetico.
Da loro mi aspettavo molto, era il gruppo da cui mi aspettavo di più, mera delusione. Al confronto l’esibizione dei Placebo di qualche anno fa è stata una performance di mostri sacri. Pezzi striminziti, suonati male, Morgan che interagisce col pubblico sotto effetto di metanfetamine o semplicemente del suo Ego, mima qualche passo ma sembra la caricatura di sè stesso, diverte solo quando onestamente ammette che non si ricorda come si fa. Hanno perso smalto, verve e la voglia. Se così devono continuare ad essere è meglio che vadano in pensione perchè fanno tristezza.
Voto: 4 su tutto. Sono fuori dal tempo. Alcuni gruppi si apprezzano solo in determinati periodi storici e i Bluvertigo l’hanno passato da un pezzo.
Ps: Fuori dal tempo non l’hanno cantata, era troppo calzante evidentemente.

La condizione in cui mi trovo è proprio…

 





The hardest button to button

24 04 2008

Musicalmente sono de coccio. Bello cominciare una frase, anzi un intero articolo con un avverbio. Comunque. Musicalmente sono tarda, impiego un po’ per capire certi artisti che per altra gente - anche poco addentro - non sono più un mistero. La mia paura è fossilizzarmi in un genere preciso ma ammetto che certe volte mi risulta complicato apprezzare appieno il lavoro di certa gente, ci metto anche l’impegno e la costanza ma non ne ricavo niente, come nei temi in traccia libera.
Gruppo che rappresenta questa mia condizione di incompletezza di ascolto sono i White Stripes. Li conosco da White blood cells, conosco molti brani ma non vado al di là di quelli, ma loro sono soltanto la punta dell’iceberg. Ancora oggi non riesco a digerire completamente i Nine inch Nails e i Tool, forse perchè approcciare i primi con The Fragile è stato un trauma (album doppio…brr, preferisco evitarli a meno che non siano raccolte) e alla lunga alcuni pezzi stancano. Vabbè conosco Only e qualcosa di Download spiral ma non sono proprio il tipo che dice “Ma guarda che bella strumentazione qui, guarda che effetti là ”, sarò anche un pò seccente ma mi limito a citare solo i gruppi e fare accostamenti deficienti, poi crescendo a synth pop e shoegaze mi bastano pochissimi strumenti per trovare qualcosa di buono in un gruppo.
Dei Tool conoscono solo qualche minuto di canzone (la mia insofferenza a volte raggiunge i minimi degli standard d’ascolto) di Parabol, niente, peggio dei Sigur Ros per cui mi sono sprecata ad ascoltare qualche pezzo di Agaetis (ancora niente! Non mi puoi prendere Amnesiac e costruirci una carriera!). Insomma non entrano e non vengono fuori, non toccano le corde giuste, nè quelle semplici del divertissement nè quelle primitive del ritmo e nè quelle più complesse ed esigenti della melodia.
E i Queens of the stone age poi, non lo so mi hanno dato sempre l’impressione dei gruppi fighi-per-forza, ce l’ho Songs for the Deaf ma è troppo lungo. Gli album che durano 80 min mi fanno venire i nervi, è molto difficile essere prolissi ma vedo che è peggio essere sintetici.

Tornando agli Stripes, dopo 6 anni continua ancora quel rapporto di amore-indifferenza che caratterizza il loro ascolto. Ho il pallino per qualche giorno ma scema dopo un po’. Ci sono gruppi per la vita, altri durano una stagione, altri ancora ti fanno compagnia in sala d’attesa e altri sono così, sfuggenti ma intensi. Come un cotta.
E io degli Stripes continuo ad innamorarmi/disinnamorarmi come una bambina viziata.





Sei un tale sognatore da voler mettere a posto il mondo?

13 04 2008

Prima di andare a votare il meno peggio, il meglio del meglio, il massimo comun divisore, il minimo comune multiplo, tenete presente che in mano avete il potere, quello più sublime; ma tenete anche presente che la matematica non è un’opinione. Cambiare l’equazione tocca a noi, e non statevene a casa dove

due e due fanno sempre 5





No alarms no surprises please

10 04 2008

Leggo un po’ di gente che scrive i cazzi propri. Virtualmente non ho mai voluto parlare di me, quelle poche volte che mi sono aperta è perchè ho dovuto farlo, un po’ come il barbiere del Re Mida che non riuscendo a tenere per sè il segreto del proprio sovrano scavò una buca presso uno stagno e spifferò tutto lì, giusto per togliersi un peso. Ecco, ogni tanto questo spazio funge da fosso, nemmeno poi così tanto profondo perchè le canne possono spuntare da un momento all’altro e ti fottono. E a qualcuno gli è già capitato.

Questa premessa dovrebbe suggellare l’inizio di qualche succulenta rivelazione o qualsivoglia curiosità su un fatto della mia vita o giù di lì, e invece no, non c’ho davvero nulla da dire. Fondamentalmente la mia vita è una noia: famiglia, università, ragazzo, amici, cinema, libreria, negozio di dischi che molto spesso sono in realtà: nero show time, manga e windows media player. E qualche volta anche il VLC, per il resto nisba. Normalità allo stato bradipo, i bei momenti che hanno tutti, le brutte giornate che hanno tutti. Del resto cosa potrebbe mai raccontare di interessante una ragazza eterosessuale laureanda con un passato bello che chiuso e un futuro ancora tutto da scrivere? Assolutamente niente. E la cosa mi piace.

Enjoy the silence.

I’ll take a pretty life, I’ll take a pretty garden





Back to Bedlam/All the lost souls, James Blunt

18 02 2008

La recensione che leggerete nei prossimi 5-10 minuti rientra di diritto nella categoria discount: prendi 2 e paghi 1. Suvvia, in fondo avere un blog è un po’ come gestire una salumeria, per attirare i clienti ed invogliarli a comprare è necessario piazzare della merce in saldo, magari avanzano delle scorte di magazzino che bisogna smaltire ed è così anche per il blogger. Questo è un post sottocosto, dove non sono richieste nemmeno quei neuroni basilari per la comprensione poichè solo un deficiente può farsi scappare l’occasione di avere 2 recensioni al prezzo di una. E poi siete dei pazzi se cercate qualcosa di effettivamente serio su James Blunt :), ma ora la pianto che ho raggiunto ampiamente il mio obiettivo di cominciare questo articolo con una metafora che non ci azzeccasse una mazza col resto.

James Blunt è uno che ci fa alla grande: nei video fa il Romeo disperato che non riesce a conquistare la figa di turno che proprio non gliela vuole dare o si dispera del fatto che la figa di turno non gliela dia più, mentre nella vita privata se la spassa con Paris Hilton e va ad ubriacarsi in discoteca. Insomma non è proprio il primo della lista ma neanche l’ultimo degli stronzi (quest’ultima robettina qua l’ho presa da Fossi Figo di Elio e le Storie Tese, non sia mai che non li citi, magari c’hanno na Licenza Creative Commons e mi citano loro a me!).
Musicalmente quel che offre è un adult-pop, risultato di un perfetto incrocio tra Chris Martin ed il primo Robbie Williams.

Ma andiamo con ordine, avanti col primo album.
Back to Bedlam rientra nella schiera dei primi album miracolosi, quelli che in un sol colpo scalano le classifiche, viziano i critici e fanno sfregare le manine ai discografici. Come in ogni primo album che si rispetti (vedere anche la voce Mika) ogni pezzo è perfettamente strumentato ed arrangiato per essere potenzialmente messo sul mercato come singolo. In questo album è difficile trovare un pezzo che non faccia la sua porca figura da solo. James Blunt fa un pop intimista e cantautorale molto affine a certa musica che spopolava nei juke box degli anni ‘70, e anche il suo look e la stessa copertina dell’album riprendono molti stilemi del periodo, quindi non sarebbe strano trovare padre e figlio che si contendono il suo album perchè al primo ricorda i tempi andati passati a strimpellare le canzoni di Battisti sulla spiaggia, mentre al secondo conferisce quell’aria romantica e riflessiva che fa sospirare le ragazzine (na roba alla Dawson’s Creek per capirci)…se ovviamente non sono già troppo prese dai Tokio Hotel :). Ma ora veniamo al bello, perchè le sviolinate nei confronti dell’album terminano qui, ora le manine me le sfrego io.

La pecca maggiore di quest’album è di suonare gia vecchio e soprattutto già sentito fin dal primo ascolto, i pezzi confezionati ormai appartengono fin troppo almeno al mio background musicale che sfondano una porta spalancata. Piacciono si e subito, quindi gli ascolti successivi non fanno altro che mettere sempre più in luce i difetti dei pregi. Blunt è andato sul sicuro, ha realizzato un album perfetto nella sua paraculaggine con l’obiettivo specifico di entrare immediatamente nella testa dell’ascoltatore sennò non mi riesco a spiegare perchè Tears and rain è così uguale ad High e Cry è uguale fino all’imbarazzo a You’re Beautiful, sennò non mi spiego perchè Wiseman mi ricorda Cry me a River di Justin Timberlake e No Scrubs delle TLC, sennò non mi spiego perchè Billy mi ricorda i Blur, i Beatles e David Bowie con contorno di cipolle di tropea. Quest’album è un’insalata mista con tanto di carote e finocchio. Un ottimo piatto estivo per rimanere in linea con la spensieratezza della stagione.

James Blunt ci faceva proprio da quando ha messo piede nello showbiz.
Per concludere. Bell’album da apprezzare in piccole dosi sennò ci si assùefa, assuefà, Maccio Capatonda solo tuo puoi aiutarmi a risolvere l’enigma dell’accento! Da ascoltare con il proprio partner mentre si scambiano calde effusioni.
Consigliato ai nostalgici, ai romantici e a chi ama gli ascolti poco impegnativi.

Brani migliori. High, Out of my mind, Tears and rain, Wiseman.

james blunt - back to bedlam

High

All the lost souls è uscito l’anno scorso cercando di ribadire che il suo autore non è una meteora come molti potrebbero pensare. Infatti, differentemente da altri gruppi che al secondo album non ci hanno pensato due volte a riciclarsi senza ritegno, Blunt fa un discorso molto onesto, conoscio di aver raggiunto il successo grazie a ballad come You’re Beautiful si assesta su questa tipologia di melodia e cerca di declinare possibili soluzioni che risultino orecchiabili ma non melense. E ci riesce anche bene. Questo secondo lavoro, rispetto al disco d’esordio, è molto più omogeneo, non sembra una raccolta di pezzi sui nostalgici anni ‘70 ma ha una coerenza che lo rende un ascolto “serio” per così dire. Sono presenti dei pezzi ritmanti, ma su 10 brani se ne ritrovano solo due: 1973 che a tratti ricorda qualcosa dei Coldplay e Give me some love, pezzo scherzosamente glam-rock che ripropone tutti quei riferimenti già presenti nel primo lavoro: Blur, Bowie, Beatles, Oasis (che con i Beatles vanno a braccetto). Il resto dei pezzi oltre che attingere comunque a piene mani dall’eredità britannica presentano anche dei riferimenti al songwriting americano, I really want you da come è cantata ed eseguita sembra quasi rubata a Tracy Chapman, One of a brightest star l’avrebbe cantata un felice Elliott Smith alla propria figlia per farla addormentare, mentre i primi accordi di Shine on ricordano pericolosamente Stand by me di Ben E. King ma pensiamo che sia solo un omaggio. Perchè devo fare sempre la figura della malopensante non lo so :) .

Per concludere Blunt ha realizzato un album nostalgico ed angoscioso, con un retrogusto appena allegro…forse è un po’ depresso ultimamente e non sa che pesci prendere il ragazzo. Non gliela danno! E’ un disco senza infamia e senza lode, musicalmente più maturo del primo e allo stesso tempo anche più furbo visto che lo stesso Blunt, e molto probabilmente chi gli sta attorno, capito cosa volesse il pubblico batte il ferro finchè è caldo. Solo il prossimo lavoro può confermare se il ragazzuolo ci è o ci fa: se si presenta con un’altro po’ di melassa magari solo 1 po’ variegata all’amarena allora non esiste niente di poetico e il ragazzuolo è soltanto l’ennesimo prodotto commerciale da esporre sullo scaffale dei diuretici; mentre se invece decide di proporre qualcosa di più personale che non somigli agli articoli già sponsorizzati nel vecchio catalogo si può sperare sulla sua buona fede.

Intanto questa è la seconda volta che ci prende tutti per culo. Sappiatelo.

Copertina di merda che un software a caso dell’Adobe potrebbe realizzare e il lavoro di lettering fa pensare ad un locale per spogliarelliste. Ah, Blunt Blunt Blunt!!

Brani migliori. 1973, I’ll take everything, Annie.

James Blunt - All the lost souls

 1973





White Chalk, Pj Harvey

27 12 2007

Certo che ascoltarsi quest’album in questi giorni di lieta letizia di facciata che mal cela una profonda angoscia e tristezza è davvero un tormento. Dopo gli ultimi 2 album nei quali Pj era dapprima felice di essere di nuovo innamorata - urlandolo ai 4 venti e collaborando anche con Thom Yorke con cui piazza un duetto da catalogo multimediale - per poi tornare ad essere quella di una volta, ovvero incazzata con laltrosesso la ritroviamo oggi in uno stato limbico. Nelle (poche) note di quest’album si sente una certa disillusione verso sè stessi e quindi verso il mondo, Polly Jean è triste ma è più riflessiva come non lo è mai stata. Come canterebbe Mariottide, Allegria vattene via ; ironia a parte il sentimento che descrive meglio questo lavoro è la malinconia, quindi sconsiglio l’ascolto a chi già ha i suoi problemi e cerca di distrarsi, non di deprimersi oltremodo.

Il disco non assomiglia a nulla che lei abbia già detto/fatto/scritto/prodotto: dal punto di vista sonoro è quello più minimalista, quasi acustico, dove - piano e organo a parte - gli strumenti pizzicati van per la maggiore. E invece che cantare sembra quasi che sussurri, che invochi, racconti così come può far solo una madre, una sirena o un trovatore, il tutto suona quasi mediavale. Di questi tempi dove gli album sforano clamorosamente gli 80 minuti (ma che c’avranno da dì questi) White Chalk dura a malapena 35 minuti, in brevitate veritas.

Venendo ai brani, quelli che consiglio sono: The Devil, Dear darkness, White Chalk, Broken harp, the Piano.

Piccolo appunto. Grow grow grow sembra orfano di Dear Darkness, avrebbero figurato molto bene come un unico pezzo.

White Chalk

Di seguito Dear Darkness





Our healty pleasures, Maximo Park

23 12 2007

I Maximo park è uno di quei tanti gruppi di oggidì che, dopo aver sfornato un miracoloso primo album, sono costretti a riciclare nel secondo disco le idee del primo. Loro, appunto, non sono nè i primi nè gli ultimi della lista ma sono un esempio palese di quelle realtà che certa industria discografica ci propone. Il secondo disco è decisamente sottotono, tant’è non c’è un brano, ma nemmeno uno a pagarlo esentasse che abbia la faccia di un singolone com’è stato Apply some pressure. Che periodo asfissiante è stato quest’ultimo. Parlare dei pezzi è del tutto inutile, sembra di star a sentire sempre la solita canzone - gli Oasis per arrivare al loro punto hanno però impiegato 3 album, the Masterplan escluso. Quindi se cercate con questo album di fare il bis, di ritrovare quei pezzi di A certain trigger che vi hanno fatto zompettare, scurdatavel’. E’ un buon sottofondo se avete bisogno di compagnia mentre utilizzate il pc e dovete per forza concentrarvi (come sto facendo io ora). No, no, non ci siamo proprio! Però un brano da consigliare ce l’ho: Parisian sky quello meno simile agli altri 11 pezzi proposti, spero che sia un buon punto di partenza per il prossimo lavoro.

Per chi li volesse ascoltare la prima volta consiglio appunto il primo album, di cui consiglio: Apply some pressure, Signal & Sign, The coast is always changing, Acrobat, Poscard of painting.

maximo park

Di seguiro, Apply some pressure





Hourglass, Dave Gahan

19 12 2007

I DM sono uno dei miei gruppi preferiti, per dirla all’Ondarock, una delle mie pietre miliari. E’ dal 1982 che non sbagliano un singolo, si di album un po’ così ne hanno pubblicati ma sono sempre stati sulla cresta del successo grazie alla loro capacità di sfornare singoli a ripetizione, rimanendo sempre coerenti al loro credo musicale. Ovvero synth ed angoscie portate al pathos dalla voce di Dave Gahan, unico strumento a corde di tutto lo strumentario dei DM. Ecco, Dave in questi 20 anni s’è limitato a cantare e ad imparare qualcosa dal suo caporeparto Martin L. Gore (cosa che anche Liam avrebbe dovuto fare col proprio fratello), qualche anno fa si affaccia - nemmeno tanto timidamente - sulla scena musicale come solista, pubblicando Paper Monster* che viene pubblicato dopo Exciter (album da dimenticare). Il primo singolo estratto, Dirty Sticky Floor è molto accattivante, come la tipa del video che sembra aver rubato gli short glitterati di Kylie Minogue ma sinceramente, ma il cd non l’ho trovato così speciale…cazzo 7 righi e nn ho ancora parlato dell’album in oggetto? Son prolissa da far schifo!

Hourglass è un album sconvolgente perchè con quest’album Dave ha definitivamente dimostrato che le canzoni le sa scrivere e le sa anche produrre (infatti sia la sensuale the sinner in me che l’ipnotica e lacerante nothing is impossible contenute in Playing the angel sono sue). L’album ovviamente riprende molto della carriera dei DM, ma non poteva essere diversamente, lui, da molteplici punti di vista, E’ i Depeche Mode. Il mood è cupo e decadente (lo è da Blasphemous Rumors), sognatore e come sempre eroticamente aggressivo e dolce. Dave ha imparato molto in questi anni e da allievo è diventato un Maestro, Martin deve tenersi stretta la poltrona perchè con Dave nei paraggi non si può più essere sicuri. Il disco lo consiglio ai fan dei Depeche ovviamente, a chi è innamorato e a chi al gruppo deve ancora avvicinarsi, quest’album è davvero un ottimo punto di partenza.

Pezzi da procurarsi inqualchemodo: Saw something, Deeper and deeper, Miracles, Use you, Endless, Little lie.

hourglass - dave gahan - depeche mode

Di seguito uno dei primi singoli estratti dall’album, Saw something





in Rainbows, Radiohead

16 10 2007

Se ascolto i Radiohead lo devo ai Placebo. Nel 2001 hanno pubblicato Black Market Music, l’album del loro inarrestabile declino (io che correvo dietro la gonnella di Molko da Velvet Goldmine) e  per recuperare la delusione decisi di “ripiegare” su Ok computer. Al tempo non facevano altro che consigliarmelo, ma ad ogni suggerimento facevo - e continuo a fare - orecchie da mercante. Ringrazio lo sciattume di quell’album, i tempi maturi e qualsivoglia altra condizione, che mi ha fatto amare questo gruppo. Da allora ho accumulato CD, DVD, bootleg audio/video, singoli, EP, card, t-shirt, mug, giusto qualcosina per ammazzare il tempo visto che, con una media di un album in studio ogni 3 anni (minuto più minuto meno), dovevo trovarmi altro da fare. Finalmente dopo 4 anni e dopo l’ascolto di svariati gruppetti e gruppettini giusto per tenersi aggiornati è stato pubblicato (!) il nuovo album, il 10 ottobre. Io che son tarda l’ho ascoltato solo oggi…andiamo con la tiritera.

Con i Radiohead ho sempre avuto difficoltà a farmi piacere gli album, da Ok computer (e andando a ritroso) un ascolto non bastava per arrivare a farmi un’idea dei pezzi, dei testi, dell’atmosfera, avevo bisogno di una full immersion di giorni, settimane per capirci qualcosa, per assimilare tutto al meglio; con in Rainbow questo non si è verificato. Sarà perché oramai sono di casa, sarà perché ti posso dire quel pezzo là in che occasione è stato suonato meglio, sarà perché qualche pezzo l’hanno già anticipato live ma l’album mi è parso digeribilissimo. E questo - credo - non è una cosa positiva. Più un pezzo mi risulta orecchiabile più è facile che lo smarrisca poi; spero che esistano le eccezioni in questo caso.

All I Need, Nude, Videotape in quest’ordine sono i pezzi che più si insinuano nell’anima (mia), gli altri sono una sorta di deja-vu, mi ricordano situazioni e sensazioni già vissute con gli album precedenti. In Reckoner riecheggia 2+2= 5, nonostante i primi 2′ 30″ non hanno nulla a che vedere col resto, Faust Arp sembra un pezzo più alla portata dei Kings of Convenience che non di Thom e Johnny; Jigsaw falling into place - there’s always a siren singing you to shipwreck - una There there che incontra Go to sleep.

Il mio voto è cmq 8. Al cuor non si comanda

La copertina - ammesso che non la cambino - merita un 4.

Idea bislacca associare al font (tuttomaiuscolo!) i colori del rainbow e manca totalmente il lavoro di lettering presente nei lavori precedenti. In più la foto di sfondo sembra rubata ai Massive Attack di 100° windows, vabbè che Pablo Honey e the Bends non è che hanno ‘ste copertine da paura ma un gruppo agli esordi si può perdonare, ad un monolite della musica no!

 

Copertina