Mi piace molto il titolo di quest’album, perchè lo collego immediatamente al disco dei Depeche Mode (e al tour che ne nacque dopo) e anche perche il suono di questa parola mi piace molto. Sarà un difetto professionale ma mi capita molto spesso di fissarmi sui suoni di certe parole, sulle lettere - font in realtà - e come una maniaca compulsiva cerco di combinare i suoni e di studiarmi com’è fatta la g del Garamond o la A maiuscola del Bodoni. A volte mi incanto come una scema di fronte alla perfezione di certi caratteri, alle curve maestose degli ascendenti, allo stacco deciso della staffa, alla malizosità dell’occhiello, all’eccentricità delle grazie. Dico sempre che tutti sanno leggere e scrivere ma nessuno è conscio della ricchezza che possiede in sole due dita.
Basta con le stronzate, veniamo al disco.
Ci allontaniamo dai territori della pop-wave degli Amber Smith, qui siamo nelle lande già ampiamente battute dai Goldfrapp con Seventh Tree, si parliamo ancora di dream-pop. I Beach House però non sono ancora noti al grande pubblico e quindi si permettono di osare e quindi - per il motivo ivi riportato - oltre che nella categoria Pop e derivati li piazzo anche in quella Indie. Il loro pop sognante non è ovattato e figlio di una produzione megagalattica come quello dei Goldfrapp, è più ruvido, sin dalla voce. Alison quasi assomiglia ad una sirena con i suoi vocalizzi, mentre la voce di Victoria è più bassa, quasi rauca, più vicina a Nico che non ad un animale mitologico.
Passando alla strumentazione, appena ho messo Devotion nel lettore mi sono subito sentita catapultata negli anni ‘70, alla Summer of Love infestata da Hippies. I Beach House sono effettivamente degli Hippie mancati, (appena) psichedelici alla loro maniera, con quel sound tropicale che porta alla mente spiaggie caraibiche calde e assolate (e forse per questo Beach), malinconici ma allo stesso tempo fiduciosi dell’autunno che li attende. Chissà cosa potrebbe venire fuori da una loro collaborazione con Barzin, visto che se la intendono sui ritmi tropicali. Il brano che apre Devotion è Wedding Bell (pezzo da singolo a mio modesto parere) che in quasi 4 minuti fa una panoramica di tutto l’album. Se questo brano non vi convince non sperate di trovare qualcosa di meglio se continuate l’ascolto, non perchè l’album sia una disastro ma perchè i pezzi che seguono sono qualitativamente al di sotto di questa traccia. Se volete farvi un’idea dell’album Wedding Bell è il brano-prova. Consigliati a chi non vede l’ora di andare al mare.
Brani migliori: Wedding Bell, All the years, Heart of Chambers
Wedding Bell








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