Devotion, Beach House

30 04 2008

Mi piace molto il titolo di quest’album, perchè lo collego immediatamente al disco dei Depeche Mode (e al tour che ne nacque dopo) e anche perche il suono di questa parola mi piace molto. Sarà un difetto professionale ma mi capita molto spesso di fissarmi sui suoni di certe parole, sulle lettere - font in realtà - e come una maniaca compulsiva cerco di combinare i suoni e di studiarmi com’è fatta la g del Garamond o la A maiuscola del Bodoni. A volte mi incanto come una scema di fronte alla perfezione di certi caratteri, alle curve maestose degli ascendenti, allo stacco deciso della staffa, alla malizosità dell’occhiello, all’eccentricità delle grazie. Dico sempre che tutti sanno leggere e scrivere ma nessuno è conscio della ricchezza che possiede in sole due dita.

Basta con le stronzate, veniamo al disco.
Ci allontaniamo dai territori della pop-wave degli Amber Smith, qui siamo nelle lande già ampiamente battute dai Goldfrapp con Seventh Tree, si parliamo ancora di dream-pop. I Beach House però non sono ancora noti al grande pubblico e quindi si permettono di osare e quindi - per il motivo ivi riportato - oltre che nella categoria Pop e derivati li piazzo anche in quella Indie. Il loro pop sognante non è ovattato e figlio di una produzione megagalattica come quello dei Goldfrapp, è più ruvido, sin dalla voce. Alison quasi assomiglia ad una sirena con i suoi vocalizzi, mentre la voce di Victoria è più bassa, quasi rauca, più vicina a Nico che non ad un animale mitologico.
Passando alla strumentazione, appena ho messo Devotion nel lettore mi sono subito sentita catapultata negli anni ‘70, alla Summer of Love infestata da Hippies. I Beach House sono effettivamente degli Hippie mancati, (appena) psichedelici alla loro maniera, con quel sound tropicale che porta alla mente spiaggie caraibiche calde e assolate (e forse per questo Beach), malinconici ma allo stesso tempo fiduciosi dell’autunno che li attende. Chissà cosa potrebbe venire fuori da una loro collaborazione con Barzin, visto che se la intendono sui ritmi tropicali. Il brano che apre Devotion è Wedding Bell (pezzo da singolo a mio modesto parere) che in quasi 4 minuti fa una panoramica di tutto l’album. Se questo brano non vi convince non sperate di trovare qualcosa di meglio se continuate l’ascolto, non perchè l’album sia una disastro ma perchè i pezzi che seguono sono qualitativamente al di sotto di questa traccia. Se volete farvi un’idea dell’album Wedding Bell è il brano-prova. Consigliati a chi non vede l’ora di andare al mare.

Brani migliori: Wedding Bell, All the years, Heart of Chambers

 

Wedding Bell





Boxer, the National

3 03 2008

Mentre ascoltavo questo album mi chiedevo:” mah, ma a chi somigliano questi? Già li ho sentiti ma proprio non riesco a capire”, la colpa era di Matt Berninger, la cui voce depistava gli indizi sonori. I National, secondo la mia modestissima opinione, sono l’ennesimo gruppo del filone “amici dei Joy Division” assieme agli ormai compassati Interpol e ai loro figli di primo letto Editors, ma fino ad un certo punto. Parlandone in termini cinematografici se gli Interpol e gli Editors sono una sorta di sequel dei Joy Division i the National ne sono uno spin-off.
Il gruppo di Curtis è solo un punto di partenza per sviluppare nuove storie, nuovi suoni, nuove atmosfere e poi c’è la voce di Matt profonda, graffiante, cupa, baritonale a differenza di quelle di Paul Banks e Thom Smith che sono più pulite ed educate.
Matt colpisce senza sforzo alcuno.
Dal punto di vista sonoro oltre gli evidenti riferimenti ai Joy Division ritroviamo anche certi spunti presi da Is a Woman dei Lambchop, soprattutto per il ricorso ad una strumentazione quasi totalmente acustica, niente schitarratine acide insomma. Quante volte in queste recensioni ho citato il new loud? Mi sa troppe ma mi rendo sempre più conto che è così. Il rock s’è sopito, ma c’ha guadagnato direi.
L’album presenta i brani migliori nella prima parte, infatti (quasi) un brano a caso dei primi 6/7 può essere lanciato come potenziale singolo; mentre la seconda parte pecca di monotonia e fiaccume, di già visto e stravisto. E possibile che abbiano detto quello che dovevano in 5 brani? Avranno un’eccellente proprietà di sintesi. Belle premesse ma è troppo poco per gridare al miracolo o al ‘disco dell’anno’. Ma teniamoli d’occhio.
Disco consigliato a chi si sente ancora orfano dei Joy Division che poi s’è sentito orfano anche degli Interpol e degli Editors. Visto che avete il cuore in frantumi coi National andateci piano, non vi ci affezionate subito.

Brani migliori. Fake Empire, Mistaken for strangers, Squalor Victoria, Slow show, Apartment story.

the national, boxer

Mistaken for strangers





Non proprio così brevemente dico…

1 03 2008

E la prolissità sta prendendo il sopravvento. Ora che la Sagra dei fiori e delle canzonette formato famiglia giunge al termine posso continuare a parlare di cose serie.

Stars. In our bedroom after the war. Gli Stars si sono scelti un nome che più idiota, ma soprattutto, più anonimo non si potevano nemmeno immaginare. E vabbè fa nulla, il titolo del disco invece è più accattivante. Oggi non c’ho voglia di fare una munnezza le copertine degli album, quindi mi sfogo gratuitamente sui titoli.
Il disco non si limita a riproporre le influenze musicali del gruppo facendo il solito collage di suoni, variando giusto qualche nota per evitare beghe legali, ma anzi cerca di interpretare il tutto secondo lo stile della band, stile scandinavo direi.
L’album è prevalentemente pop e lo sono anche quei gruppi che sopraggiungono alla mente se si ascolta per bene tra le righe del pentagramma: The night stars here evoca gli ultimi Royksopp; in The ghost of Genova heights sembra di sentire Prince fare il coro. In Barricade c’è un po’ Elton John, un po’ James Blunt versione ballad, mentre My favorite book, Window bird e Bitches in Tokio sembrano un tributo ai Cardigans. E non è finita qui, abbiamo anche la citazione colta, la ciliegina sulla torta piazzata come brano d’apertura: The beginning after the end infatti ha l’intro che ricorda molto Teardrop dei Massive Attack. In conclusione, album ben prodotto con alcuni pezzi buoni per le radio che possono far presa sul grande pubblico. Se avessero le spinte giuste potremmo trovarli in rotazione su Mtv, se esistesse la giustizia a questo mondo.
Disco digeribilissimo a basso contenuto di sodio.
Consigliati agli amanti del pop-chic dell’alta europa. Semplice ma non banale.
Brani migliori: Take me to the Riot, Window bird, Bitches in Tokio.

Take me to the riot

Bitches in Tokyo (live)

Stateless. Stateless. Ascoltare gli Stateless è un po’ come parlare con un amico lontano con cui non si ha spesso occasione di discorrere, è un po’ come ritrovare quei paesaggi che il tempo e le circostanze ci hanno costretto ad abbandonare. Gli Stateless fanno già parte di noi ancor prima di inserire il disco all’interno del lettore, infatti molti dei gruppi cui fanno riferimento sono storia recente, che ancora “bruciano” nelle orecchie.
Iniziamo dalla voce, il cantante Chris James è una perfetta sintesi tra il falsetto di Thom Yorke, quello di Chris Martin e Matthew Bellamy (t’oh, tutti in falsetto!) e già per aver menzionato questi tre tizi, che tanto tizi non sono, il disco si merita un ascolto. Riguardo il suono, non andiamo poi così lontano dagli artisti di cui sopra ma a questi vanno aggiunti certi echi di This is hardcore dei Pulp e i Portishead nel brano In down here, mentre Blue trace è un incrocio perfetto tra i Radiohead di Climbing up the walls e Life in a glass house e i Chemical bros di Dig your own hole, mentre l’ultimo brano del disco Inscape ripesca a piene mani dalle atmosfere trip-hop bristoliane. Insomma il gruppo ha delle fonti di ispirazione molto eleganti, di sicura efficacia su certo pubblico “indie” e l’album è molto gradevole. Che non erano tutta sta originalità s’era capito no? Ma fa niente, queste sono solo delle considerazioni sul loro album…mica sulla loro carriera. Ancora.
Consigliati a chi ha nella propria disco-teca tutti i gruppi citati in queste righe.
Brani migliori: Radio killer, Ranning out, Bloodstream.

Prism #1





In brevità vi dico/3

28 02 2008

Okkervil River. The Stage names. In giro li spacciano per alternative rock, mah. L’unica cosa che hanno di alternativo è il nome, se li citate in una conversazione con gente sprovveduta non sapranno di chi state parlando. Forse penseranno ad un film, li confonderanno con Old man River e cose così. A me sembrano dei Supergrass meno simpatici e più depressi. Consigliato solo ai fan.
Brani migliori: Our life is not a movie or maybe, You can’t hold the hand of a rock and roll man.

Our life is not a movie or maybe

Port Royal. Afraid to dance. Il titolo è anche il programma del disco. Se si aumentasse la velocità di dei pezzi avremmo qui un album truzzo per truzzi, ma fortunatamente così non è stato. The new loud insomma. Brani strumentali che navigano beatamente tra il dream-pop,il trip-hop, il synth-pop e appena un po’ di dance di metà anni ‘80, primi anni ‘90 (alla Depeche Mode e primo Robert Miles che vi credete). Album omogeneo dove la divisione in tracce è soltanto un obbligo discografico.
Ah dimenticavo, sono italiani.
Consigliato agli amanti del tunz-tunz strafatti di ecstasy che dopo una 3 giorni passati ad un rave si vogliono rilassare godendosi però tutti i postumi delle sostanze stupefacenti che hanno ingerito; consigliato anche a chi il tunz-tunz lo odia: questo disco vi salverà.
Brani migliori: Bahnhof Zoo, Anya: Sehnsucht, Leitmotiv | Glasnot, Putin Vs Valery.

Putin Vs Valery





In brevità vi dico/2

25 02 2008

Continua la carrellata degli album mancati a suo tempo.

Devastations. Yes, U. Copertina di merda, chiariamo subito. Mai come nell’anno appena trascorso sono stati pubblicati degli album con delle copertine penose. Pure i Radiohead non hanno voluto esimersi!! Mah. Torniamo ai Devastati: musica sulla nemmeno tanta falsa riga di Nick Cave and the Bad Sees (the saddest sound sembra quasi presa a noleggio da Cave) e dell’ultimo di Pj Harvey. Roba da togliersi il malocchio, roba da spararsi qualche eccitante nelle vene. Eppure no. Il disco è gradevole e regge bene tutti i 50 minuti. Certo, si deve essere abituati a questo tipo di melodia ma comunque dopo qualche ascolto passa la paura. Se ne abusate non vi comparirà Mariottide cantare il suo singolo “un grigio arlecchino”, non abbiate timore. Album che definire malinconico è dir poco, Yes U è decadente, scapigliato, è un disco da fine millennio. Il 2010 del resto è alle porte e culturalmente siamo in completa DEEECAAADEEENZAAA per dirla alla Morgan. Ma una questione aperta resta: ma questi chi cazzo sò? Su iutubb non c’è niente! Arrangiatevi.
Consigliato agli amanti di tutto ciò che è decadente e ai cinefili incalliti, sti tizi li vedo bene in qualche soundtrack se qualcuno se li cagasse.
Brani migliori: Oh me, oh my; Mistakes; The face of love.

Copertina

devastations - yes u

Gravenhurst. The Western lands. Copertina di merda n° 2. Oggi va così, vabbè. Assoldare uno schifo di grafico, un fotografo, un addetto all’immagine, ma anche un gay qualsiasi, no eh? Vabbè, come sopra, i Gravenhurst sono gente tranquilla amante della campagna e del new loud. Ci si concede un riff solo se strettamente necessario. Questa loro produzione non aggiunge niente a quello che i gruppi cui fanno riferimento ci hanno già mostrato in precedenza. Le citazioni, i rimandi non sono affatto pochi. Se accostate bene l’orecchio potrete sentire i Placebo in She dances, i Kings of Convenience in Song among the pine, i Trembling blue stars in Trust e I Radiohead di Pearly* e Polyethylene in The western land con le chitarre appena distorte alla maniera shoegaze. Simpatici, come la risposta che danno le vostre amiche - quando hanno intenzione di presentarvi qualche ragazzo con cui uscire - alla vostra domanda: “Si ma com’è?”
Consigliati a chi delle copertine se ne sbatte (zuzzurellone!) e agli amanti del genere.
Brani migliori: Hollow man, The western land.

Hollow Man

Eluvium. Copia. Ambient allo stato puro. Le atmosfere di Bjork di Homogenic e di the dull flake of desire, i Mogwai di Mr. Beast, i Radiohead di Kid A e la strumentazione di Yann Tiersen,  tutto senza il contributo di nessuna voce. Difficile da immaginare si, Eluvium con quest’album esplora quei territori della nostra anima ancora sconosciuti e continua a farci emozionare, vuole farci scavare nella nostra memoria in cerca di qualche momento dove eravamo finalmente in pace con noi stessi e se non riusciamo a trovarlo la sua musica aiuta a creare nuovi ricordi. Quest’album non si fermerà alle vostre orecchie ma si propagherà in tutto il vostro corpo, in tutto il vostro spirito e dialogherà con quello come pochi hanno fatto. Ascoltare Copia è scoprire sé stessi. Se la parola Bellezza acquistasse il proprio senso originario quest’album si meriterebbe tale qualificazione. Copertina approvata. 1 su 3 che media mediocre. Consigliato a tutti.
Brani migliori. Indoor swimming at the space station, Seeing you off the edge, Prelude for time feelers, Radio ballet.
Avrei volentieri incluso Ostinato e Reponse in blue che sembrano una risposta, appunto, a Motion picture soundtrack dei Radiohead ma non voglio fare la sentimentale ecco.

Seeing you off the edge





In brevità vi dico/1

21 02 2008

Ed ecco qua una prima tornata di album del 2007 che mi sono persa perchè l’anno scorso ho avuto molto daffare.

Barzin. My life in rooms. Songwriting malinconico, atmosfere tra il sogno e la favola, dalle melodie leggiadramente tropicali e finemente sintetiche. I primi ascolti possono sembrare soporiferi ma già dal terzo il disco si fa apprezzare con dignità. Da ascoltarsi durante i pomeriggi di metà giugno dondolati dall’amaca. Consigliati a chi aspetta l’estate con ansia.
Brani migliori: Let’s go driving, So much time to call my own.

Per farvi un’idea questa di seguito è My life in rooms

Calla. Strenght in numbers. Questo gruppo è stato in grado di riuscire a tirare fuori un album molto bello, che non tradisce alcun ascolto, miscelando tutte le esperienze sonore degli Smashing Pumpkins pre-Adore, Cure, Smiths ed Arcade Fire. Praticamente wave, shoegaze e una piccola spruzzata di grunge con contorno di salatini. Pezzi molto a modo che non vogliono raggiungere quel climax emotivo che caratterizza qualsiasi crescendo dei generi sopra citati. In fondo non siamo nel 1990, quiet is the new loud. Bravi. Consigliati a coloro che non hanno mai creduto che il rock fosse morto…magari s’è solo un po’ sopito…
Brani migliori: Sylvia’s song, Rise, Bronson, Simone.

Sempre per farvi un’idea ecco Sanctify

Of Montreal. Hissing fauna, are you the destroyer?: se i Beatles, i Beach Boys, Ziggy Stardust, i Bee Gees e i Talking Heads avessero avuto l’opportunità di incontrarsi per comporre assieme dei pezzi tipo Live AID, we are the world we are the children per capirci, avrebbero prodotto qualcosa di molto simile a ciò che gli Of Montreal propongono in quest’album. La buona proprietà di sintesi della band rende l’ascolto molto gradevole, con loro sembra che gli anni ‘70 non siano mai passati. Consigliato ai pigri che vogliono ascoltare pezzi già rodati ma si scocciano di scegliere i brani da mettere nella playlist. Quest’album vi salverà da questa tragica incombenza. Se i titoli hanno un senso fatemelo sapere.
Brani migliori: A sentence of sorts in kongsvinger, Faberge falls for shuggie.

Di seguito A sentence of sorts in kongsvinger





The last holy winter, Trembling Blue stars

29 12 2007

Io i Trembling Blue stars fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno che esistessero, ma la voglia di ascoltare qualcosa di nuovo, la voglia di conoscere qualche realtà in quel dell’indie rock/pop è stata troppo forte, quindi mi sono rimboccata le maniche e sono andata su Ondarock per vedere se potevo ascoltare qualche nuovo album che avesse un media superiore alla sufficienza. Per chi frequenta Ondarock sa che è più facile infilare un cammello nella cruna di un ago o trovare capi unici ad inizio febbraio quando i saldi sono terminati che trovare, nelle pagine del sito, una recenzione dal 7 in su. Ma va bene così, almeno le stronzate manco si sfiorano, poi di sicuro non esiste niente, ma per fortuna noi ascoltatori abbiamo numerosi supporti tecnici a nostra disposizione: dall’anteprima audio di eMule al just broadcast di Youtube. Quindi nel mio scervellare sono incappata in 2 gruppi che hanno pubblicato un album quest’anno: gli Alcest e i Trembling blue stars appunto. Poi ne ho scoperti altri e questo sarebbe anche il luogo ma non il momento.

I Trembling blue stars hanno realizzato un album delicato che, in un periodo dove l’elettronica è più sintetica di quella proposta negli anni ‘80, rappresenta un piccolo capolavoro. La band prende quello che di buono la musica ha offerto tra gli anni ‘80 e ‘90 cercando di darne una chiave di lettura intima e trasparente. Il gruppo infatti sembra prendere in prestito le chitarre dai Cure e la batteria elettrica dai New order, senza però riproporre gli eccessi dell’uno e dell’altro. Il cantato è leggero, mite, la tranquillità pervade tutto il disco, quiet is the new loud ma senza assolutamente essere i Kings of Convenience. Si sta calmi ma non si rischia di cadere assonnati dalla sedia. In questo disco c’è tutto, è un po’ acustico, un po’ elettrico senza perdere di vista il carattere.

I Trembling blue stars credo che siano arrivati ad un punto dove possono comporre di tutto perchè hanno fin troppo bene assimilato la lezione sonora di questi anni e loro operano una perfetta sintesi. E Ondarock gi ha datto 8! 8! Non potete negargli un ascolto.

Brani consigliati: Idyllwild; November starling; the Coldest sky; Darker, Cooler, Slower; The tenth of always.

trembling blue stars

Di seguito, November starling





Giddy Stratospheres

30 10 2007

Dell’ultimo album dei Long Blondes, Someone to drive you home (2006), questa è in assoluto la mia preferita.

Non darò alcuna informazione sul gruppo perchè non so mai niente delle cose che mi piacciono (sul filetto controllo l’origine del taglio ma questa è un’altra cosa), ignoro tutto, finchè non compro il ciddì originale ma, visto che accade di rado perchè delle indie band oggi ti puoi fidare domaninonsisa (dipende un po’ dalla stagione ecco) e a me da fastidio comprare ciddì solitari che non cominciano mai una discografia, che stanno lì tra un gruppo e l’altro cercando di far conversazione, ma se dividi i ciddì per ordine alfabetico non accadrà mai che i Black Rebel Motorcycle Club prendano confidenza con Beck, i Clinic con i Dandy Warhols, mentre gli Idlewild con i Massive attack vicino c’hanno soggezione, i Music con i Nirvana poi, avere Kurt come dirimpettaio è un pò pò impegnativo, è come avere l’amministratore del palazzo nel proprio pianerottolo, è snervante soprattutto se di fronte c’hai gli Oasis con tutto l’esercito dei loro album che fan sempre casino, si ritirano tardi, sfasciano il mobilio e al lattaio lasciano sempre le bottiglie di guinness svuotate sullo zerbino e lasciano anche l’immondizia che non ricordano mai di andar a gettare. Affittare casa a fianco a stì personaggi è dura. Tenersela ancora peggio perchè c’è sempre ebay che impone lo sfratto.

Dicevo è dura tenere sti ciddì timidi timidi al loro posto, anche perchè si spostano solo quando aggiungi/levi un album (magari perchè ti sei comprato il vinile o il cofanetto) ma come vicino c’hanno sempre il solito artista con tanto di strascico, tuttociò per dire che io dei long blondes non so niente, manco quanti ne sono nel gruppo, manco come si chiamano, manco dove vivono questi, quando mi convinceranno a comprare almeno 2 dei loro album allora si potrò dir qualcosa. Non so manco brava a consigliare il perchè percome un gruppo merita anzichè un’altro, per me vale la regola del 3: ascolta 3 brani e se ti piacciono procurati il ciddì.

Giddy Stratospheres è una, Once and never again è due, Lust in the movies è tre. Solo se conviene.





in Rainbows, Radiohead

16 10 2007

Se ascolto i Radiohead lo devo ai Placebo. Nel 2001 hanno pubblicato Black Market Music, l’album del loro inarrestabile declino (io che correvo dietro la gonnella di Molko da Velvet Goldmine) e  per recuperare la delusione decisi di “ripiegare” su Ok computer. Al tempo non facevano altro che consigliarmelo, ma ad ogni suggerimento facevo - e continuo a fare - orecchie da mercante. Ringrazio lo sciattume di quell’album, i tempi maturi e qualsivoglia altra condizione, che mi ha fatto amare questo gruppo. Da allora ho accumulato CD, DVD, bootleg audio/video, singoli, EP, card, t-shirt, mug, giusto qualcosina per ammazzare il tempo visto che, con una media di un album in studio ogni 3 anni (minuto più minuto meno), dovevo trovarmi altro da fare. Finalmente dopo 4 anni e dopo l’ascolto di svariati gruppetti e gruppettini giusto per tenersi aggiornati è stato pubblicato (!) il nuovo album, il 10 ottobre. Io che son tarda l’ho ascoltato solo oggi…andiamo con la tiritera.

Con i Radiohead ho sempre avuto difficoltà a farmi piacere gli album, da Ok computer (e andando a ritroso) un ascolto non bastava per arrivare a farmi un’idea dei pezzi, dei testi, dell’atmosfera, avevo bisogno di una full immersion di giorni, settimane per capirci qualcosa, per assimilare tutto al meglio; con in Rainbow questo non si è verificato. Sarà perché oramai sono di casa, sarà perché ti posso dire quel pezzo là in che occasione è stato suonato meglio, sarà perché qualche pezzo l’hanno già anticipato live ma l’album mi è parso digeribilissimo. E questo - credo - non è una cosa positiva. Più un pezzo mi risulta orecchiabile più è facile che lo smarrisca poi; spero che esistano le eccezioni in questo caso.

All I Need, Nude, Videotape in quest’ordine sono i pezzi che più si insinuano nell’anima (mia), gli altri sono una sorta di deja-vu, mi ricordano situazioni e sensazioni già vissute con gli album precedenti. In Reckoner riecheggia 2+2= 5, nonostante i primi 2′ 30″ non hanno nulla a che vedere col resto, Faust Arp sembra un pezzo più alla portata dei Kings of Convenience che non di Thom e Johnny; Jigsaw falling into place - there’s always a siren singing you to shipwreck - una There there che incontra Go to sleep.

Il mio voto è cmq 8. Al cuor non si comanda

La copertina - ammesso che non la cambino - merita un 4.

Idea bislacca associare al font (tuttomaiuscolo!) i colori del rainbow e manca totalmente il lavoro di lettering presente nei lavori precedenti. In più la foto di sfondo sembra rubata ai Massive Attack di 100° windows, vabbè che Pablo Honey e the Bends non è che hanno ‘ste copertine da paura ma un gruppo agli esordi si può perdonare, ad un monolite della musica no!

 

Copertina

 

 





Arcade fire - No Cars Go

6 10 2007

Sono circa 7 anni che nel panorama musicale internazionale non si assiste alla nascita di un gruppo in grado di crearsi una schiera di fan nonindifferente. Il motivo principale è che la maggior parte di questi gruppi, oramai da 7 anni a questa parte, hanno una carriera discografica moltoindifferente. Le ultime band che possono vantare una discografia decente (permododidire) sono i Coldplay, i Muse e i White Stripes e correggetemi se sbaglio, dopo di loro se non il nulla il meno infinito.Da quando è stato partorito Is this it? degli Strokes è stato tutto un pullulare di newpoprockvintagesensation da tutti i fronti occidentali., son venuti fuori gli Interpol, gli Editors, i Libertines, i Franz Ferdinand, i Kaiser Chief, i Lodger, i Maximo park, gli Art Brut, Carpak North che sono riusciti a piazzare TUTTI un bellissimo primo album, talmente bello che risultava orecchiabile fin dal primo ascolto o almeno non così ostico come altri mi hanno abituato. Mi sono sempre chiesta come cavolo avessero fatto, se in studio di registrazione avessero un magic box - alla stregua del gruppo di Bart Simpson - da dove venivano fuori testi e melodie selezionando una parola e una melodia a caso. Io con i primi album non ho mai avuto un buonissimo rapporto, sono sempre stati quegli album che compravo alla fine di ogni discografia, agli Smashing Pumpkins manca ancora Gish, nonglielapossofà! Cmq tutti questi geni della composizione hanno sfor(m)nato dei debutti sufficienti per costruirsi un precedente…penale, perché la seconda prova è una vera e propria denuncia! Preferisco di gran lunga un primo album mediocre, giusto per far vedere che la chitarra uno la sa strimpellare e 2 note al pianoforte le sa far girare, seguito da una discografia degna che non il contrario…perché poi il gruppo tende a devolversi e scomparire. Meglio apparire lentamente. Che uno poi si affeziona. Detto questo introduco gli Arcade fire perché sono l’unico gruppo, da 7 anni a questa parte, che mi hanno preso partendo dal loro secondo album Neon Bible (il primo è ancora in rodaggio), questa è No cars Go (che in realtà compare anche nel loro EP, ma in questo secondo album è arrangiata meglio).