«Corriere della Sera», 12 febbraio 1978, col titolo: Al di là della polemica sul parlar greve alla radio. C’è parolaccia e parolaccia.
Nei discorsi sulle parole oscene che si fanno in questi giorni, mi pare che si dimentichi una cosa: la tradizione di disprezzo per il sesso che le espressioni popolari si portano dietro, per cui le denominazioni degli organi genitali sono usate come insulto, e le metafore più correnti tendono ad avvilire l’atto dell’accoppiamento (addirittura paragonandolo all’uso della scopa; e qui c’e da chiedersi se non sia proprio la sessuofobia implicita in certe espressioni che ne determina la fortuna). E indubbio che il linguaggio popolare dell’oscenità, dell’aggressività oscena, ha un senso marcatamente conservatore di allontanamento, di devalorizzazione, d’affermazione di superiorità su un mondo inferiore. Prova ne è che il turpiloquio non ha mai liberato nessuno; ne si può dire che nelle nostre regioni dove la parlata dialettale e più nutrita di interiezioni e locuzioni oscene si riscontrino costumi più franchi e spregiudicati di altrove. Direi che, spesso, è vero il contrario.
L’uso popolare è un modello a cui ricorrere in quanto riserva di creatività, di immaginazione; non in quanto repertorio di voci infiacchite. La grande civiltà dell’ingiuria, dell’aggressione verbale oggi si è ridotta a ripetizione di stereotipi mediocri. Giustamente ha osservato un linguista che oggi dre «inintelligente» e molto più offensivo che dire «stronzo»; neanche l’illustre tradizione delle metafore stercorarie sembra dare ali alla fantasia. Per quel che riguarda la cultura dei mass-media censori e censurati mi paiono spesso non avversari su fronti opposti, ma correnti complementari dello stesso partito, della stessa ristrettezza d’orizzonti. La mentalità più retriva può venir fuori nelle spregiudicatezze fasulle: come quel famoso romanzo fabbricato sugli amori degli adolescenti, in cui il sesso femminile viene chiamato «porcellina» .
Premesso questo, aggiungerò che una volta che si e ben coscienti degli aspetti conservatori o regressivi dell’uso delle parole oscene, si può ben apprezzarne l’insostituibile valore, che classificherei in tre ordini, di cui ogni giusto uso deve tener conto.
Primo: la forza espressiva, per cui la locuzione oscena serve come una nota musicale per creare un determinato effetto nella partitura del discorso parlato o scritto. Questo implica una speciale orchestrazione, che subordina tutto a quell’effetto, se no la forza espressiva si ottunde, si logora, si spreca. È chiaro che questa strategia linguistica non può preoccuparsi del fatto che la parola usata sia regressiva, fallocentrica o misogina o altro; anzi, la sua espressività e data spesso dalle sue connotazioni più negative. Bisogna soltanto preoccuparsi che la parola non perda la sua forza, cioè sia usata al momento giusto: se diventa d’uso corrente e anodino, non suonerà più con quel rilievo cromatico che costituisce il suo valore. Questo sarebbe una perdita per la nostra gamma espressiva. Le parole oscene sono esposte più delle altre a un’usura espressiva e semantica, e in questo senso credo ci si debba preoccupare di «difenderle»: difenderle dall’uso pigro, svogliato, indifferente. Naturalmente, senza tenerle sotto una campana di vetro, o in un «Parco Nazionale», come preziosi stambecchi verbali: bisogna che vivano e circolino in un «habitat» congeniale.
La nostra lingua ha vocaboli di espressività impareggiabile: la stessa voce «cazzo» merita tutta la fortuna che dalle parlate dell’Italia centrale le ha permesso di imporsi sui sinonimi dei vari dialetti. Anche nelle altre lingue eu-ropee mi pare che le voci equivalenti siano tutte più pallide. Va dunque rispettata, facendone un uso appropriato e non automatico; se no, è un bene nazionale che si deteriora, e dovrebbe intervenire «Italia Nostra».
Secondo: il valore denotativo diretto, cioè l’uso della parola più semplice per designare quell’organo o quell’ atto quando si intende parlare davvero di quell’ organo o di quell’atto, prescindendo il più possibile tanto dall’eufemismo quanto dall’uso metaforico. C’e un atteggiamento diciamo di «laicizzazione» delle parole oscene, nel senso di impiegarle ne più ne meno come si adopera qualsiasi sostantivo di cosa concreta o verbo d’azione, dissolvendone l’alone sacrale: atteggiamento moralmente condividibile, ma che non può trascurare il fatto che la scelta d’una locuzione o di un’ altra per dire la stessa cosa ha sempre una pregnanza culturale, finisce per veicolare significati molto diversi. La trasparenza semantica d’una parola e inversamente proporzionale alla connotazione espressiva. Direi che la scelta deve tener conto del contesto, al fine di realizzare il massimo di significato, che può essere a seconda dei casi raggiunto attraverso l’uso dell’eufemismo o del termine scientifico o del termine popolaresco.
Terzo: il valore di situazione del discorso nella mappa sociale. L’uso di parole oscene in un discorso pubblico (per esempio politico) sta a indicare che non si accetta una divisione di linguaggio privato e linguaggio pubblico, una gerarchia sociale di linguaggi eccetera. Per quanto comprenda e anche condivida queste intenzioni, mi sembra che il risultato di solito sia un adeguamento allo sbracamento generale, e non un approfondimento e uno svelamento di verità. Credo poco alle virtù del «parlare francamente»: molto spesso ciò vuol dire affidarsi alle abitudini più facili, alla pigrizia mentale, alla fiacchezza delle espressioni banali. È solo nella parola che indica uno sforzo di ripensare le cose diffidando dalle espressioni correnti che si può riconoscere l’avvio di un processo liberatorio.
Una pietra sopra, Italo Calvino, Oscar Mondadori (daje)
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