Le parolacce

10 07 2008

«Corriere della Sera», 12 febbraio 1978, col titolo: Al di della polemica sul parlar greve alla radio. C’è parolac­cia e parolaccia.

 

Nei discorsi sulle parole oscene che si fanno in questi giorni, mi pare che si dimentichi una cosa: la tradizione di disprezzo per il sesso che le espressioni popolari si porta­no dietro, per cui le denominazioni degli organi genitali sono usate come insulto, e le metafore più correnti tendo­no ad avvilire l’atto dell’accoppiamento (addirittura para­gonandolo all’uso della scopa; e qui c’e da chiedersi se non sia proprio la sessuofobia implicita in certe espressio­ni che ne determina la fortuna). E indubbio che il linguag­gio popolare dell’oscenità, dell’aggressività oscena, ha un senso marcatamente conservatore di allontanamento, di devalorizzazione, d’affermazione di superiorità su un mondo inferiore. Prova ne è che il turpiloquio non ha mai liberato nessuno; ne si può dire che nelle nostre regioni dove la parlata dialettale e più nutrita di interiezioni e lo­cuzioni oscene si riscontrino costumi più franchi e spre­giudicati di altrove. Direi che, spesso, è vero il contrario.
L’uso popolare è un modello a cui ricorrere in quanto riserva di creatività, di immaginazione; non in quanto re­pertorio di voci infiacchite. La grande civiltà dell’ingiuria, dell’aggressione verbale oggi si è ridotta a ripetizione di stereotipi mediocri. Giustamente ha osservato un lingui­sta che oggi dre «inintelligente» e molto più offensivo che dire «stronzo»; neanche l’illustre tradizione delle me­tafore stercorarie sembra dare ali alla fantasia. Per quel che riguarda la cultura dei mass-media censo­ri e censurati mi paiono spesso non avversari su fronti op­posti, ma correnti complementari dello stesso partito, del­la stessa ristrettezza d’orizzonti. La mentalità più retriva può venir fuori nelle spregiudicatezze fasulle: come quel famoso romanzo fabbricato sugli amori degli adolescenti, in cui il sesso femminile viene chiamato «porcellina» .
Premesso questo, aggiungerò che una volta che si e ben coscienti degli aspetti conservatori o regressivi dell’uso delle parole oscene, si può ben apprezzarne l’insostituibi­le valore, che classificherei in tre ordini, di cui ogni giusto uso deve tener conto.

Primo: la forza espressiva, per cui la locuzione oscena serve come una nota musicale per creare un determinato ef­fetto nella partitura del discorso parlato o scritto. Questo implica una speciale orchestrazione, che subordina tutto a quell’effetto, se no la forza espressiva si ottunde, si logora, si spreca. È chiaro che questa strategia linguistica non può preoccuparsi del fatto che la parola usata sia regressiva, fal­locentrica o misogina o altro; anzi, la sua espressività e data spesso dalle sue connotazioni più negative. Bisogna soltan­to preoccuparsi che la parola non perda la sua forza, cioè sia usata al momento giusto: se diventa d’uso corrente e anodi­no, non suonerà più con quel rilievo cromatico che costitui­sce il suo valore. Questo sarebbe una perdita per la nostra gamma espressiva. Le parole oscene sono esposte più delle altre a un’usura espressiva e semantica, e in questo senso credo ci si debba preoccupare di «difenderle»: difenderle dall’uso pigro, svogliato, indifferente. Naturalmente, sen­za tenerle sotto una campana di vetro, o in un «Parco Na­zionale», come preziosi stambecchi verbali: bisogna che vi­vano e circolino in un «habitat» congeniale.
La nostra lingua ha vocaboli di espressività impareg­giabile: la stessa voce «cazzo» merita tutta la fortuna che dalle parlate dell’Italia centrale le ha permesso di imporsi sui sinonimi dei vari dialetti. Anche nelle altre lingue eu-ropee mi pare che le voci equivalenti siano tutte più palli­de. Va dunque rispettata, facendone un uso appropriato e non automatico; se no, è un bene nazionale che si deterio­ra, e dovrebbe intervenire «Italia Nostra».

Secondo: il valore denotativo diretto, cioè l’uso della parola più semplice per designare quell’organo o quell’ at­to quando si intende parlare davvero di quell’ organo o di quell’atto, prescindendo il più possibile tanto dall’eufemi­smo quanto dall’uso metaforico. C’e un atteggiamento di­ciamo di «laicizzazione» delle parole oscene, nel senso di impiegarle ne più ne meno come si adopera qualsiasi so­stantivo di cosa concreta o verbo d’azione, dissolvendone l’alone sacrale: atteggiamento moralmente condividibile, ma che non può trascurare il fatto che la scelta d’una locu­zione o di un’ altra per dire la stessa cosa ha sempre una pregnanza culturale, finisce per veicolare significati molto diversi. La trasparenza semantica d’una parola e inversamente proporzionale alla connotazione espressiva. Direi che la scelta deve tener conto del contesto, al fine di rea­lizzare il massimo di significato, che può essere a seconda dei casi raggiunto attraverso l’uso dell’eufemismo o del termine scientifico o del termine popolaresco.

Terzo: il valore di situazione del discorso nella mappa sociale. L’uso di parole oscene in un discorso pubblico (per esempio politico) sta a indicare che non si accetta una divi­sione di linguaggio privato e linguaggio pubblico, una ge­rarchia sociale di linguaggi eccetera. Per quanto compren­da e anche condivida queste intenzioni, mi sembra che il risultato di solito sia un adeguamento allo sbracamento generale, e non un approfondimento e uno svelamento di verità. Credo poco alle virtù del «parlare francamente»: molto spesso ciò vuol dire affidarsi alle abitudini più facili, alla pigrizia mentale, alla fiacchezza delle espressioni ba­nali. È solo nella parola che indica uno sforzo di ripensare le cose diffidando dalle espressioni correnti che si può rico­noscere l’avvio di un processo liberatorio.

Una pietra sopra, Italo Calvino, Oscar Mondadori (daje)

Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori


Azioni

Informazione

Lascia un commento

Puoi usare questi tag : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>