Questo è uno scritto di Massimo Coppola per chi non lo sapesse! E nemmeno poi tanto recente. Gioventù incolta…ahi, ahi, mi si cade sul qualunquismo!

Questo è uno scritto di Massimo Coppola per chi non lo sapesse! E nemmeno poi tanto recente. Gioventù incolta…ahi, ahi, mi si cade sul qualunquismo!

Opinionista ma anche giornalista, soprattutto politico non solo blogger o comune cittadino. Di che parlo? Di tutti quei termini il cui registro è di origine settoriale e che ora - grazie ai mass media - sono di dominio pubblico. Se ora fosse vivo Pontiggia magari se ne sarebbe occupato lui, visto che s’è sempre interessato all’evoluzione della lingua italiana, ma poichè non è più tra noi azzarderò io questa analisi. Spero che non si offenda.
Approfondisco un incipit che avevo già introdotto in un altro post: sentiamo ed usiamo delle parole di cui non conosciamo il senso e il significato, solo perchè le abbiamo lette sui giornali o sentite in tv o radio. In questo spazio cercherò di ’spiegare’ la loro funzione. Queste parole non esprimono dei concetti nuovi, sono andate semplicemente a sostituire altri termini - caduti ormai in disuso - che facevano già bene il loro lavoro, rendevano meglio l’idea. E proprio perchè erano più diretti, più comprensibili s’è deciso di cambiarli con altri molto più generici e palleativi impoverendo ulteriormente la già penosa situazione della lingua italica, violentata e malmenata dagli organi di informazione e dai dispositivi tecnologici.
Dunque, comincio
Qualunquismo
Cosa dice il dizionario: stor., polit., movimento sorto a Roma nel secondo dopoguerra con lo scopo di difendere i diritti dell’uomo qualunque. 2 estens., spreg., atteggiamento di sfiducia e scetticismo nei confronti delle forme tradizionali di organizzazione della vita politica e dello stato, caratterizzato dal rifiuto di qualsiasi presa di posizione ideologica e di ogni impegno civile; atteggiamento di indifferenza nei confronti di qualsiasi scelta ideologica e morale anche in ambiti estranei alla politica.

Con questo caldo non riesco a formulare un pensiero che sia serio quindi mi abbandono al gossip da 4 eurocent e al tè alla pesca liofilizzato…
Sia Ridge che Belpietro dovrebbero chiedere il condono perchè vanno in giro con una portaerei (e Belpietro ha anche attigua la rimessa dei velivoli) e nessuno gli dice niente. E poi ci lamentiamo che Mastella va al Gran premio con l’aereo di stato…oso immaginare da dove sia partito.
Nell’ultima puntata di Annozero Belpietro bucava lo schermo: un po’ per le luci calde e basse che lo facevano assomigliare a Frankestain, un po’ per la mascella uncinata era il padrone incontrastato dei primi piani, tant’è che il suo faccione non riusciva a star dentro tutta l’inquadratura. E questo con un 4:3, non oso immagine il risultato con un 16:9.


Annozero spostato a venerdì per un “dietro le quinte” del concerto di Vasco.
ROMA - Lettera di Santoro a Petruccioli: «Vi scrivo per protestare vibratamente contro la decisione, che non ci è stata mai comunicata, di programmare Annozero nella stessa serata in cui va in onda la partita Italia-Belgio di calcio. Si tratta di una scelta assurda che non avrebbe avuto luogo in nessuna televisione del mondo. E non soltanto perché il nostro pubblico è, come a tutti noto, un pubblico sovrapposto a quello del calcio; ma perché le partite della Nazionale sono, come «Annozero», uno degli appuntamenti principali di servizio della Rai. Ciò per altro -sottolinea Santoro- avviene proprio quando avevamo deciso di dedicare una serata al film di Paolo Sorrentino, «Il Divo», che ha appena avuto un enorme successo al festival di Cannes, senza che la televisione abbia mostrato le immagini della premiazione. Cambiare il giorno di programmazione della trasmissione di punta di una rete quando è all’apice del successo, per far posto non al concerto di Vasco Rossi ma a un «dietro le quinte» dall’assai incerto risultato -sottolinea ancora Santoro- è stata già di per sè una scelta sbagliata e controproducente. Ma abbiamo dato il nostro consenso per sottolineare l’atteggiamento di piena collaborazione con la Direzione di Rete che ha contraddistinto quest’anno il nostro lavoro. Non possiamo però accettare passivamente, una volta per Benigni, una volta per Vasco Rossi, un’altra per la Nazionale -prosegue il conduttore- la continua mortificazione di un gruppo produttivo e di un programma che fino a prova contraria, porta alla Rai introiti pubblicitari e ascolti di tutto rilievo». «Il buonsenso porterebbe a rinunciare all’appuntamento ma, in questo caso, contribuiremmo anche noi a penalizzare il cinema italiano che la Rai dovrebbe valorizzare in tutti i modi. Chi pagherá le conseguenze delle decisioni sbagliate? Il pubblico prima di tutto. E cosa dice il codice etico a questo proposito?».
Ogni anno il calendario ci regala delle ricorrenze a cui volenti o nolenti aderiamo: la festa del papà, quella della mamma, la Liberazione, la festa della Repubblica, Santo patrono, Natale, Pasqua, Pasquetta, Capodanno, Befana, Ferragosto, Primo Maggio, San Valentino, il due Novembre. Delle ricorrenze durante le quali ci obblighiamo a fare un qualcosa, di solito sempre le stesse cose che ripetiamo annualmente in maniera quasi meccanica. A questo catalogo di ‘eventi’ sensazionali - da un po’ di tempo a questa parte - si aggiunge una nuova ricorrenza: il Gay Pride. Che cos’è esattamente il gay pride non lo so - continuo a domandarmelo ogni tanto - ma in cosa consiste lo so benissimo: prendete il corteo della Cigl, sostituite i lavoratori precari e i rappresentati del sindacato con i trapezisti e i giocolieri del Circe du Soleil, le sgallettate del Mardi Gras londinese, qualche ballerino sudamericano, che si muovono a ritmo di dance anni ‘80 per le strade della città o che usano come mezzo di locomozione i carri allegorici avanzati dal carnevale di Viareggio e Putignano. A questa schiera che funge da cavalleria leggera (quella che finirà poi sulle tv e i giornali) aggiungete una massa amorfa di gente comune che va a rimpinguare le retrovie: universitari, impiegati, docenti, industriali, negozianti etc. etc. che seguono la parata come i fedeli seguono in processione la Madonna nel Venerdì Santo. Ogni classe sociale ha i propri riti da rispettare. L’universo ha quelli che ho elencato i gay hanno anche il loro pride. Sono riusciti ad applicare un distinguo sessuale addirittura ad un prodotto dell’indole e/o del carattere, favorendo inconsapevolmente i vari fattori discriminanti; riducendo tutte le categorie di giudizio a ciò che accade in camera da letto. Generando insomma quel che si chiama stereotipo.
Ora non voglio star ad analizzare il Gay pride come fenomeno ‘culturale’, ‘di costume’ e altre menate alla Vanity fair, no voglio cercare di capire chi è e cosa smuove quella massa incolore e amorfa che rimpolpa le retrovie. La buona parte di questa massa vede nella manifestazione una sorta di riscatto della propria esistenza e la partecipazione al Gay pride sugella questa condizione.
La massa così dichiara al mondo di appartenere ad un gruppo, di condividere i medesimi pensieri ed opinioni; la massa è di per sè vetrina e scudo delle varie vite che la compongono, è in grado di ribaltare la personalità degli individui, aggregando persone diverse che forse - oltre che l’orientamento sessuale - non hanno nient’altro in comune e su quest’unicum fondono la propria azione. Fanno insieme quel che da soli non riescono a fare. Ecco cos’è il Gay pride: evento folkloristico per chi non ha niente da perdere, mentre è una maschera per tutti coloro che sono pride un giorno ma shame nei restanti, cosicché continuano a sperare di redimersi completamente, illudendosi anno dopo anno di riuscirci, prima che la vecchiaia e i pettegolezzi decidano per loro. Ha la stessa funzione che la confessione ha per i cattolici, i quali si levano il peso dallo stomaco e si pentono per la durata di 3 ave maria e 2 padre nostro. La parata è il loro allegro mea culpa.
Ecco perché la manifestazione è sempre piena di gente (presumibilmente gay) la quale - quando è il momento di manifestare per veder riconosciuti i propri diritti civili, per le ingiustizie e intolleranze - è impegnata a far altro. Quando è il momento di affermare ‘si io sono gay’ e non ‘noi siamo gay’ c’è un vuoto nelle piazze che evoca quello delle coscienze.
Andate tra la massa informe delle retrovie, ridete e scherzate con loro, chiedete uno ad uno come si chiamano e se sono gay. Troverete più etero che allo stadio. Forza Inter.
Musica
Enzo Biagi, in Rai dal 1961, è ritenuto l’inventore dell’approfondimento informativo. Dal 1995 conduce Il fatto, in onda su Rai1 subito dopo il Tg delle 20, dove il giornalista commenta la notizia del giorno. La trasmissione è seguita da una media di 6 milioni di telespettatori, con punte fino a 10 milioni. E’ il programma più visto della Rai, con uno share medio del 25%.
Biagi è in Rai in forza di un contratto annuale che scade alla fine di ogni anno solare. Una clausola stabilisce che in mancanza di nuova stipula per iscritto, il contratto si intende tacitamente rinnovato, salvo disdetta di una delle parti da comunicarsi all’altra entro 3 mesi dalla naturale scadenza.
Pochi mesi prima delle elezioni politiche del 2001, poi vinte da Berlusconi, Biagi ospita Indro Montanelli e Roberto Benigni, che non lesinano critiche al futuro premier.
Intervista a Montanelli
Intervista a Benigni
Da qui incominciano i problemi per Biagi. Con l’avvento del governo Berlusconi mutano i vertici Rai ed emergono problemi sulla collocazione de Il fatto. I nuovi dirigenti vogliono spostarlo per dare spazio ad un programma più lungo (almeno 20 minuti), in grado – così dicono di fare concorrenza a Striscia la Notizia, il Tg satirico di Canale5.
Tratto da Difesa dell’informazione
Il 18 aprile 2002 Berlusconi da Sofia sostiene che ‘Biagi, Santoro, Luttazzi fanno un uso criminoso del servizio pubblico’ . Il ‘provvedimento’ prende il nome de
L’editto bulgaro
In questo video - dove si fa un discorso molto più ampio sulla censura inflitta ai due giornalisti e al comico, che vengono anche intervistati - lo stesso Biagi parla di una raccomandata a.r ricevuta da Saccà per evitare il rinnovo del contratto in Rai. E inoltre, nella stessa trasmissione Il Fatto, Biagi parla proprio del suo licenziamento voluto dall’allora ed attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi:
L’ultima puntata de Il Fatto su Rai 1
Anche Gomez e Travaglio nel loro libro Regime parlano della censura a Biagi:
Sulla natura politica della censura a Biagi c’è poco da dire. Aveva più volte criticato Berlusconi, tanto da essere menzionato nel famoso “editto bulgaro”. E i problemi per Biagi incominciano proprio con la vittoria elettorale di Berlusconi, dopo che i vertici Rai vengono ricoperti da Saccà e Del Noce, suoi fedelissimi.
Quanto agli “elementi presuntivi” della censura, innanzitutto va considerato il successo di pubblico che il programma di Biagi riscuoteva, tanto da essere il più visto della Rai (dai 6 ai 10 milioni di telespettatori). E’ evidente la natura “masochistica” dell’atto di soppressione del programma, che testimonia la volontà dei vertici Rai di assecondare una volontà politica esterna, a danno della stessa Rai.
Inoltre, il comportamento adottato dai vertici Rai per giustificare la soppressione de Il fatto abbonda di contraddizioni. Ad esempio, la necessità di battere la concorrenza di Striscia la Notizia con un programma più lungo, mentre al posto de Il fatto viene mandato in onda Max & Tux, ancora più breve del programma di Biagi, che dimezzerà gli ascolti Rai facendo impennare quelli di Striscia la Notizia; le alternative offerte a Biagi che snaturano il programma e ne mutano l’oggetto, quale quella di andare in onda prima del Tg1 affrontando “questioni internazionali”; la pretesa dei vertici Rai di controllare la scaletta della trasmissione curata da un giornalista di chiara fama e quarantennale esperienza.
Un comportamento che assume particolare rilevanza è poi la richiesta avanzata al direttore del programma di una Tv concorrente (Antonio Ricci, Striscia la Notizia) di fare in modo che la sua trasmissione non strapazzi più di tanto Max & Tux, quella che ha sostituito Il fatto. A parte l’assoluta mancanza di professionalità che l’atteggiamento denota (oltre all’ingenuità di credere che Antonio Ricci potesse prestarsi a un simile gioco), qui vi è la prova che i vertici Rai erano perfettamente consapevoli che la soppressione de Il fatto avrebbe provocato un crollo degli ascolti.
Vi è poi il boicottaggio del tentativo di Rai3 di ospitare il programma di Biagi, adducendo prima problemi di bilancio, poi la circostanza che, nelle previsioni dei censori, Il fatto collocato dopo il Tg3 avrebbe ottenuto un misero 5% di share. E’ paradossale addurre problemi di budget per la trasmissione più vista della Rai, considerando la raccolta pubblicitaria che garantisce. Ma è ancora più paradossale ostacolarne la messa in onda paventando un basso share, dopo averla tolta da una fascia oraria che ne raccoglieva uno medio del 25%!
Alla luce di queste considerazioni, appare grottesco l’invio a Biagi della raccomandata a.r. per impedire il rinnovo naturale del contratto. Al di là degli inevitabili giudizi etici che stimola un simile comportamento, è sorprendente come i vertici Rai abbiano potuto pensare che l’adozione di un ordinario strumento di risoluzione dei rapporti giuridici potesse ricondurre l’intera fattispecie nei binari della legalità. Quella raccomandata non fa altro che peggiorare le cose, poiché prova che ogni precedente comportamento è stato posto in essere al solo scopo di impedire che Biagi potesse prestare qualunque attività giornalistica in favore della Rai. E’ come se il proprietario di un immobile pensasse di risolvere impunemente un contratto di locazione mandando rituale disdetta alla scadenza, dopo aver tenuto il conduttore per più di un anno senza luce, acqua e gas nella speranza che rilasciasse spontaneamente l’immobile.
Dopo la fine del mandato di Berlusconi e l’instaurazione del governo Prodi, il 22 aprile 2007 Biagi torna in Rai, questa volta su Rai 3 con il suo nuovo programma RT - Rotocalco Televisivo, prima di spegnersi nel novembre dello stesso anno.
Viva la libertà di informazione
Dal blog di Di Pietro ieri:
Il Presidente del Consiglio si fa una legge a suo uso e consumo. Questa volta il governo ha presentato una proposta criminogena per salvare Rete4. Ancora una volta saranno gli italiani a pagare per Silvio Berlusconi. E’ stato infatti presentato un emendamento per aggirare la sentenza della Corte di Giustizia europea e quella della Corte Costituzionale italiana, sentenze che danno ragione a Europa7.
Piuttosto che dare immediata esecutività a quella sentenza, come sarebbe avvenuto in qualsiasi Paese democratico, il nostro Governo risponde con un emendamento per aggirarla. Quella gara fu vinta da Europa7 a cui non è stato mai permesso di trasmettere fin dal 1999. Oggi Rete4, se dovesse passare questo emendamento, continuerebbe a farlo, in barba a qualsiasi rispetto delle leggi e delle sentenze.
Berlusconi è un uomo di cui non ci si può fidare e che antepone gli interessi delle sue aziende a quelli della collettività che dovrà pagare 350 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal primo gennaio 2006 per vedere Emilio Fede (127 milioni di euro annui, questo il prezzo pagato a Rete 4 dagli italiani).
Da Repubblica.it di oggi:
Il governo, invece, attraverso le parole del sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, ha difeso la necessità dell’emendamento: a suo giudizio, il decreto legge serve a porre rimedio e a evitare una procedura di infrazione Ue, quindi era obbligatorio intervenire con urgenza. Salvare Rete 4 non c’entra nulla. “L’intervento normativo del governo intende introdurre risposte piene alla Commissione europea” e “porre rimedio alla procedura di infrazione avviata dall’Unione europea”.
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In breve: se salvare Rete4 non c’entra nulla, allora perchè non lasciare direttamente le frequenze ad Europa 7?
Se non sbaglio, l’infrazione Ue nei confronti dell’italia è dovuta proprio alla mancata assegnazione delle frequenze a Europa 7, attualmente occupate abusivamente da Rete 4. Se volete sparare balle che abbiano almeno un fondamento, che siano almeno plausibili!! E’ un’offesa alla nostra intelligenza.
Quando 2 anni fa comprai il libro di Saviano non credevo a ciò che mi accingevo a leggere, una volta terminata la lettura un senso di impotenza e vuoto mi ha attanagliato lo stomaco. Forse per chi non vive in Campania il lavoro di Saviano è più affine ad un romanzo che non ad una cronaca, ma per chi vive in queste zone, chi vive Napoli quasi ogni giorno, le sue parole non sono altro che una didascalia attorno alla cornice desolante di questa città, di questa regione, di questo stato.
Il film di Matteo Garrone è stato in grado di riproporre quell’angoscia e quello squallore che Saviano ha trascritto. Sia lo spettatore che il lettore si trovano d’avanti ad un’opera che risposte non ne da, domande nemmeno se le pone, che si limita a riportare i fatti così come si sono verificati, senza il filtro di un etica, di una morale, di un qualsiasi tipo di giudizio. Siamo in una zona franca, dove tutte le valutazioni sono superflue perchè nei lavori non si parla di un vizio, di episodi o circostanze, si parla di una condizione, dello stato delle cose. Ciò che si chiede al lettore/spettatore è semplicemente prenderne atto, rendersi conto e i giudizi sono superflui perchè anche colui che osserva fa parte del gioco: la spazzatura che getta la controlla la camorra, l’appartamento in cui vive è stato costruito con i soldi provenienti dai traffici di droga e di armi, i vestiti firmati che indossa sono il frutto di appalti che le stesse case di moda richiedono ai clan. Facciamo tutti parte del gioco, Saviano e Garrone vogliono solo renderci consapevoli che siamo pedine inconsapevoli del Sistema.
Il film si merita tutti i riconoscimenti che gli vengono proposti, il lavoro di ricostruzione è PERFETTO. Sia per ciò che concerne le ambientazioni, sia per ciò che riguarda i personaggi. I ragazzi del film sono quelli che gozzovigliano per le strade di Napoli e Secondigliano, vestono come loro, parlano come loro. Un’aderenza alla realtà impressionante. Mi azzardo ad affermare che Gomorra è un lavoro degno di essere definito Neorealista. Una goccia nel mare, perchè non avrà proseliti visto in che condizione versa il cinema italiano. Gli attori (tutti non professionisti tranne Servillo) sono straordinari, una recitazione che quasi recitazione non è tanto che la telecamera sembra spiarli come in un reality show. Si dice che i napoletani sono un popolo di attori, ed è vero.
Garrone ha deciso di estrapolare dal libro solo alcuni episodi: la moglie e madre Maria con un marito in galera e un figlio scissionista, Totò un bambino che si avvicina al clan, Pasquale il sarto, Don Ciro che distribuisce gli stipendi alle famiglie con un parente in galera, Franco che si occupa dello smaltimento dei rifiuti del nord (al sud), Marco e Ciro che giocano a Scarface. Tutti episodi raccontati in parallelo e - in base al contesto - intrecciati tra loro, ambientati tra le misere vele di Scampia, le coste inquinate di Mondragone e Castelvolturno. Dividendo il libro in episodi, Garrone ha evitato di parlare delle famiglie, niente Di Lauro, Diana, Schiavone, nessun cognome viene riportato nel film.
Saviano invece costruisce una panoramica molto approfondita di tutte le famiglie che controllano il Sistema, raccontando parentele e rapporti, facendo anche comprendere la portata del fenomeno secolare della Camorra. Nel film si perde proprio questo, gli episodi raccontati - anche nella loro più completa crudeltà - sono comunque una parte del tutto, hanno un loro limite, un proprio spazio temporale, Garrone riporta l’effetto della Camorra e non la causa, che bisogna trovare più in alto.
E’ l’unica cosa che mi sento di imputare al film, per il resto è perfetto.
Mi rendo anche contro che, se il regista avesse riportato sullo schermo il libro pagina per pagina, il film sarebbe stato lunghissimo, una trilogia e quindi presumo che la sintesi della sceneggiatura è stato il frutto di una scelta tecnica e non stilistica.
Consiglio questo capolavoro a chiunque, anche perchè al cinema ci sono solo cagate. Fatevi un regalo, andate a guardare questo film e se vi fa venire voglia di leggere il libro ben venga, l’ignoranza rende felici ma preferisco essere triste e sincera e non felice perchè mi prendo per il culo.
Garrone ha dimostrato che gli italiani - quando si tratta di ricostruzione della realtà - sono i migliori, ma le grandi aziende si ostinano a promuovere gente come De Sica (Christian), Boldi, Muccino Gabriele e Silvio, Moccia perchè così assecondano quella massa deficiente e si rimpinguano le tasche. Se Gomorra non avesse venduto una copia una - dimostrando che il popolo deficiente non è - ora non starei qui a parlare del film. Miei cari uomini di marketing la gente la vuole la verità, e vende anche bene, allora perchè fate gli gnorri? Piove governo ladro!
Locandina

Trailer
Sono indecisa sul proverbio da utilizzare per la situazione che D’Avanzo malauguratamente ha creato a sè stesso: Chi va con lo zoppo impara a zoppicare? Scavarsi la fossa da solo? Tirarsi una zappata sui piedi? Che la volpe rifiuta l’uva - perchè troppo in alto - chiamandola marcia?
Forse quest’ultimo proverbio calza più degli altri. Il caro D’Avanzo - non potendo dimostrare il vero - si è accontentato del probabile e ci ha costruito attorno un articolo che seppur con la buona intenzione di fare un parallelismo tra il caso Schifani e quello Travaglio pecca di presunzione, dato che basa le sue considerazioni su assunti diversi. Impegnato a dimostrare che il metodo Travaglio si può ritorcere contro allo stesso giornalista che lo applica ha dimostrato che il metodo D’Avanzo non è certo meglio, visto che si basa su fonti di terzo grado e su notizie pubblicate prima ancora di essere verificate. L’assurdità di D’Avanzo sta proprio in questi termini:
Accusa il metodo Travaglio (che sarebbe basarsi su fonti ufficiali e quindi sulla certezza della notizia) di essere pericoloso e controproducente e per dimostrare i rischi di questo metodo cosa fa? Basa la sua inchiesta su presunte fonti che poi sono state smentite. Dapprima sostiene che è stato l’avvocato di D’Aiello ad informarlo che il suo assistito aveva pagato il conto dell’albergo a Travaglio. L’avvocato di D’Aiello smentisce addirittura di essere entrato mai in contatto con D’Avanzo. Quindi quest’ultimo ha ricevuto tale informazione non dall’avvocato di D’Aiello, nè da D’Aiello stesso ma bensì da una persona vicina all’avvocato di D’Aiello, il quale ha saputo la notizia grazie all’avvocato che ha avuto la notizia dal suo assistito. E questa persona chi è? Che fa? Esiste almeno? Questa sarebbe la certezza della fonte? Per parafrasare Marco, forse intendeva le fonti termali.
Insomma D’Avanzo, in parole povere, ha voluto dire che Travaglio parlava bene ma razzolava male ma ha dimostrato invece che Travaglio non prendicava affatto e che il suo metodo va più che bene visto che è stato proprio il metodo Travaglio a dimostrare come D’Avanzo e il giornalismo in generale si basa su fonti non certe ma opinioni sicure. Per dirla all’italiana D’avanzo ha fatto una grande figura di merda.

Travaglio da Fazio: legittima la critica al presidente Schifani
Fin dagli anni ’70 ha detenuto quote e amministrato società siciliane partecipate da soggetti poi condannati per gravi reati come l’associazione di tipo mafioso, l’usura e l’estorsione. Nel 1995 è stato nominato consulente all’urbanistica e al piano regolatore per il comune di Villabate, dalla giunta retta da un sindaco parente del capomafia Mandalà, che due anni dopo sarà sciolta d’Autorità per accertate infiltrazioni mafiose. E’ questa la parte peggiore del curriculum di Renato Schifani, eletto senatore di Forza Italia nel 1996 grazie ai voti ottenuti nel collegio elettorale di Corleone, oggi presidente del Senato della Repubblica.
Schifani non risulta essere stato indagato dalla magistratura. Tuttavia, quelle amicizie mal si conciliano con la dirittura morale che dovrebbe caratterizzare chi incarna la più alta carica istituzionale dopo quella di presidente della Repubblica. Ed è proprio questo il succo della critica mossa da Marco Travaglio intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” la sera del 10 maggio. Una critica che ha scatenato reazioni bipartisan, tutte tese a fare quadrato attorno al neopresidente del Senato. Ad eccezione di Di Pietro, che ha rivendicato il diritto di critica di Travaglio.
Una critica che si basa su circostanze documentate da fonti ufficiali (provvedimenti giudiziari, visure camerali, decreti, etc.), e che come tali rappresentano il massimo grado di verità putativa, la cui sussistenza esonera il giornalista da qualsiasi responsabilità. Travaglio ha formulato una critica riportando fatti la cui esistenza è incontrovertibile, perché ufficialmente veri.
Nessun dubbio circa la sussistenza dell’interesse pubblico, data l’importanza sia del personaggio Schifani che dei fatti addebitatigli. Anche se si trattasse di fatti lontanissimi, il presidente del Senato non potrebbe certo rivendicare una sorta di diritto all’oblìo, improponibile per un personaggio pubblico del suo calibro, soprattutto in considerazione delle funzioni pubbliche ora esercitate. Peraltro, la consulenza prestata in favore del comune di Villabate, poi sciolto per mafia, è relativamente recente. E, per gli stessi motivi, nemmeno può condividersi l’opinione di Violante, ex magistrato antimafia, che ha definito “pettegolezzo” quanto raccontato da Travaglio, quasi quei fatti rientrassero nella sfera privata di Schifani.
Sbaglia poi l’ottimo Giuseppe D’Avanzo nel suo recente articolo pubblicato su “Repubblica” dal titolo “Non sempre i fatti sono la realtà”, laddove sostiene che Travaglio, con le sue affermazioni, voleva indurre il telespettatore a concludere che Schifani è un mafioso. In pratica, D’Avanzo imputa a Travaglio la violazione del requisito della continenza formale, che consiste proprio nell’adozione, da parte del giornalista, di artifici tali da indurre il lettore/telespettatore ad imputare a chi è oggetto di cronaca fatti più gravi di quelli formalmente citati.
A parte il fatto che nella critica il requisito della continenza formale va valutato con minor rigore rispetto a quanto si esige nella cronaca, consistendo la critica in un giudizio che, per forza di cose, non può pretendersi obiettivo. In ogni caso, la critica di Travaglio non aveva per oggetto la mafiosità di Schifani (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate ed appurate frequentazioni (che sono un fatto). In altre parole, non è necessario essere riconosciuti come mafiosi per diventare indegni di ricoprire altissime cariche istituzionali. E’ questo il messaggio di natura etica che Travaglio ha voluto lanciare.
Assolutamente fuori luogo, poi, le violazioni addebitate da quasi tutti i leader delle forze politiche a Travaglio (e indirettamente alla Rai), consistenti in primo luogo nella mancanza di un contraddittorio. Una motivazione, questa, ormai consueta, adottata principalmente per criminalizzare il comportamento di chi vuole fare informazione. Ma palesemente illogica. Il contraddittorio non ha senso quando vengono citati fatti acquisiti da fonti ufficiali. Nel caso specifico, l’applicazione del principio del contraddittorio porterebbe ad una conseguenza assurda. Nel medesimo contesto vi sarebbe da una parte Travaglio, giornalista, quindi vincolato al dovere deontologico di verità, che cita fatti tratti da fonti ufficiali, quindi veri per definizione. Dall’altra Schifani, un politico, portatore di un interesse di parte, quindi fazioso per definizione, per giunta chiamato ad esprimersi su questioni che lo riguardano personalmente, che per ovvi motivi darebbe una versione di quei fatti in contrasto con le fonti ufficiali, o che addirittura potrebbe negare ogni cosa, ma con le stesse possibilità comunicative di Travaglio. Con il risultato di insinuare nel telespettatore il dubbio circa la verità dei fatti sostenuti da Travaglio e contenuti in fonti ufficiali.
Qui la pretesa del contraddittorio origina da una errata interpretazione del concetto di par condicio, che non ha nulla a che vedere con l’informazione. La par condicio riguarda la comunicazione politica, che deve consentire alle diverse forze politiche di relazionarsi con l’elettore in condizioni di parità. Di qui la necessità del contraddittorio, che è sempre tra politici. Ma pretendere l’applicazione della par condicio (quindi del contraddittorio) anche all’informazione significa porre sullo stesso piano chi ha l’obbligo deontologico di dire la verità con chi non solo è estraneo a tale obbligo, ma ha tutto l’interesse a fornire una versione dei fatti contraria a verità.
E le stesse conclusioni possono trarsi con riferimento al diritto di replica, nel caso specifico richiesto da Beppe Giulietti, altro non essendo che un contraddittorio differito.
Con ogni probabilità la querela per diffamazione sporta da Schifani nei riguardi di Travaglio verrà archiviata già nella fase dell’indagine preliminare. Più o meno come accaduto per il caso Satyricon. Ma la querela rischia di trasformarsi in un micidiale boomerang per il presidente del Senato. Perché la probabile archiviazione, riconoscendo il diritto di critica, verrà motivata sulla base della sostanziale verità dei fatti citati da Travaglio.
Al limite, l’unico passo su cui Travaglio potrebbe rischiare è l’aver associato alla muffa il Presidente del Senato. Ma, in realtà, quella affermazione sarebbe riconducibile al diritto di satira, basata essenzialmente sul paradosso e sulla esagerazione e che da sempre caratterizza lo stile del giornalista torinese. La muffa è il punto di arrivo della parabola discendente che nel pensiero di Travaglio contraddistingue la vita politica degli ultimi quindici anni, e che ha visto diventare protagonisti soggetti dai comportamenti eticamente non impeccabili. Tra questi lo stesso Schifani, che nel discorso di Travaglio logicamente precede la formazione della muffa. Nessuna identificazione tra la muffa e Schifani, quindi. Ma (secondo gli insegnamenti della giurisprudenza) coerenza causale tra dimensione pubblica del personaggio e contenuto del messaggio satirico: ossia tra quanto di negativo rappresenta nella critica di Travaglio la nomina di Schifani a presidente del Senato, in considerazione dei suoi trascorsi siciliani, e la necessità di reagire per la ricostituzione di un’etica pubblica.
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