La parodia del Faust

6 04 2008

Ho un unico desiderio: quan­do verrà quel momento, spero di essere sola ad af­frontarlo. Ho provato cosa signi­fica assistere una persona cara che se ne va; è un dolore che non vor­rei dare a chi mi vuol bene.
Fin da quando studiavo filoso­fia all’università, mi è venuto spontaneo interrogarmi sul sen­so della vita e quindi, inevitabil­mente, della morre. E su come questo senso sia cambiato al gior­no d’oggi per il progressivo dis­solversi del sacro. Mi spaventa la tentazione odierna d’inseguire l’immortalità della carne, paro­dia della tentazione di Faust a fermare l’attimo. Da donna, la vedo nella fissazione per la chi­rurgia estetica, nel mito di voler rimanere giovani anche fisica­mente.
Fin da bambina ero molto con­tenta di avere delle nonne con i capelli bianchi: un giorno vorrei arrivare a essere come loro, non una specie di velina invecchiata. C’è, oggi, una profonda vocazio­ne ad andare contro natura, un voler superare i limiti: quella sfi­da tracotante che i greci antichi chiamavano «libris». Tutto ciò ha a che fare con la paura della mor­te e del dolore.
Intendiamoci: l’attuale predo­minio della cultura scientifica ha ottenuto tanti risultati importan­ti per l’umanità. Ma, come con­trappeso, dev’esserci il senso del limite, perché l’uomo è un essere limitato. Fra tutte le grandi creazioni dell’umanità, l’arte è nata proprio per rappresentare l’invi­sibile e l’immortale: non sola­mente quella sacra, non solo Raf­faello, ma anche l’arte astratta di Vasilij Kandinskij o Kazimir Ma­levic, cercava di dare corpo a que­sta dimensione.
Oggi invece si vuole trasferire l’immortalità al corporeo, ribel­larsi a quella concezione lineare del tempo che ha sempre contrad­distinto la civiltà occidentale.
Per secoli abbiamo prodotto ar­te e letteratura che nascono dal pensiero della morte. Ma i pro­gressi stessi della medicina ti cul­lano nell’illusione che per tutto ci sia una soluzione, così perdia­mo il senso della malattia e del­l’irrimediabilità della fine, anche quando si vivono da vicino situazioni estreme, magari attraverso la sofferenza di persone care.
Ogni essere umano è unico e ir­ripetibile, nasce e vive e deve ras­segnarsi a morire, né c’è clone possibile che ne possa rimpiazza­re i ricordi, gli attimi fuggenti e irripetibili che hanno disegnato per ciascuno di noi il senso della vita. Questo mi dico quando pen­so che un giorno dovrò affronta­re la mia morte. Da sola.

Martina Mondatori 28 anni, consigliere di amministrazione della Casa Editrice Mondadori

Panorama n° 32 anno 2006

La danza macabra III


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