Boxer, the National

3 03 2008

Mentre ascoltavo questo album mi chiedevo:” mah, ma a chi somigliano questi? Già li ho sentiti ma proprio non riesco a capire”, la colpa era di Matt Berninger, la cui voce depistava gli indizi sonori. I National, secondo la mia modestissima opinione, sono l’ennesimo gruppo del filone “amici dei Joy Division” assieme agli ormai compassati Interpol e ai loro figli di primo letto Editors, ma fino ad un certo punto. Parlandone in termini cinematografici se gli Interpol e gli Editors sono una sorta di sequel dei Joy Division i the National ne sono uno spin-off.
Il gruppo di Curtis è solo un punto di partenza per sviluppare nuove storie, nuovi suoni, nuove atmosfere e poi c’è la voce di Matt profonda, graffiante, cupa, baritonale a differenza di quelle di Paul Banks e Thom Smith che sono più pulite ed educate.
Matt colpisce senza sforzo alcuno.
Dal punto di vista sonoro oltre gli evidenti riferimenti ai Joy Division ritroviamo anche certi spunti presi da Is a Woman dei Lambchop, soprattutto per il ricorso ad una strumentazione quasi totalmente acustica, niente schitarratine acide insomma. Quante volte in queste recensioni ho citato il new loud? Mi sa troppe ma mi rendo sempre più conto che è così. Il rock s’è sopito, ma c’ha guadagnato direi.
L’album presenta i brani migliori nella prima parte, infatti (quasi) un brano a caso dei primi 6/7 può essere lanciato come potenziale singolo; mentre la seconda parte pecca di monotonia e fiaccume, di già visto e stravisto. E possibile che abbiano detto quello che dovevano in 5 brani? Avranno un’eccellente proprietà di sintesi. Belle premesse ma è troppo poco per gridare al miracolo o al ‘disco dell’anno’. Ma teniamoli d’occhio.
Disco consigliato a chi si sente ancora orfano dei Joy Division che poi s’è sentito orfano anche degli Interpol e degli Editors. Visto che avete il cuore in frantumi coi National andateci piano, non vi ci affezionate subito.

Brani migliori. Fake Empire, Mistaken for strangers, Squalor Victoria, Slow show, Apartment story.

the national, boxer

Mistaken for strangers





UndiciNoveUno

3 03 2008

Poi è arrivato l’undici settembre.

La Ferrari senza sponsor con il musetto a lutto. Fede mette l’inno nazionale americano alla fine del suo telegiornale. Il camionista ame­ricano scrive revenge sul suo camion. Il CONI ritarda le partite di quin­dici minuti. Bush parla col megafono ai pompieri. I tre minuti di si­lenzio, nelle fabbriche, al Parlamento Europeo, sui campi di calcio, nelle piazze, nelle scuole e davanti alle tv. La scritta America Under Attack della CNN. Il Pakistan si allea con gli Americani. Il ciclista ita­loamericano rimane fermo al via alla Vuelta. Le guide sui giornali su come cavarsela col crollo delle borse. Le cartacce piovute dai gratta­cieli e le scatole nere degli aerei, che, al contrario degli uomini, pos­sono resistere trenta minuti a ottocento gradi. La scatola nera dell’ae­reo caduto sul Pentagono è rimasta otto ore nel fuoco. I coltellini se­questrati ai turisti in aeroporto. Muhammad Alì, il musulmano ameri­cano. La Spagna mette in all’erta quattro ospedali per curare even­tuali feriti di guerra. I conduttori dei tg hanno la faccia preoccupata quando gli squilla il telefono sulla scrivania. I conduttori dei tg vor­rebbero sorridere lanciando il prossimo servizio ma non possono. Il bar in cui si parla d’altro. I giornali esauriti e quel tale che ha capito cos’era successo vedendolo in prima pagina sulla Gazzetta. I diciannove anni passati dalla strage di Sabra e Shatila. La tristez­za di Miss Italia, esiliata nell’ultima di cronaca. Ai concorrenti del “Grande Fratello” americano non hanno detto nulla per regolamento. L’oro sepolto sotto le torri. J palinsesti televisivi sconvolti e Gerry Scotti che dice: “Ci vediamo domenica sera se non succede niente”. I bambini guardano la tragedia alla tv. MTV Italia programma “Imagi­ne” di Lennon tutto il giorno. Busb con in mano una bandierina ame­ricana microscopica. Bush dice: “We will win” .. La maglietta con su scritto I love New York. Il lutto al braccio dei calciatori. I kamikaze. Pearl Harbour. Jibad. Mullah. Talebani. Osama Bin Laden. Colin Powell. Canal Street. La pista italiana, quella tedesca e quella svizze­ra. Le facce degli arabi sotto casa. Le vittime italiane. Le 65.000 ban­dierine degli. Stati Uniti vendute a New York. La conta dei morti pre­visti, dei corpi ritrovati e dei dispersi. 20.000, 50.000, 34, 266, 4.652, 4.690,5.000. Gli italiani, 8, 62,100, senza contare gli italoamericani.

Gli spot dell’ 166 (già 144) regolarmente in onda. Il 63% degli ita­liani è d’accordo conia decisione di giocare comunque il campiona­to. Madonna fa una ricca donazione. I comandanti talebani disertano. I Glasgow Rangers non vogliono giocare la partita di coppa in Da­ghestan. L’indiano sikh scambiato per musulmano e per questo ucci­so in Arizona. Il calciatore Weah va a giocare in Arabia Saudita. Il barbiere dice: “Se lo meritavano”. La finanziaria straordinaria di Ber­lusconi promette di non pesare sui cittadini. Il sito dei Rage Against The Machine chiuso su richiesta della CIA. Le radio dei tassisti sem­pre accese. Le bandiere americane negli stadi italiani. Le altre notizie sui giornali. La portinaia chiede chi siano i talebani. I Backstreet Boys sono gli unici a non annullare i concerti. I Backstreet Boys de­volvono i proventi del concerto alle vittime. I newyorkesi continuano ad andare al cinema. Tahar Ben Jellun si chiede perché le cabine di pi­lotaggio degli aerei americani non sono protette da una porta blinda­ta. David Grossman dice che la vita continua ma è dura.

Il franco svizzero si apprezza in tempi di sciagure. Il centrocam­pista del Tottenham, Tim Sherwood, dona i suoi premi partita ai fa­miliari delle vittime. Le ragazze americane in prigione a Kabul per aver predicato il cristianesimo. Gli arabi guardano la CNN in un bar in periferia. Michele Cucuzza intervista l’ambasciatore del Pakistan. La CIA annienterà i terroristi. Il giocatore della Roma Zebina, vittima di insulti politici da parte della tifoseria, difeso dal suo allenatore Ca­pello. Bin Laden forse ha la bomba atomica. I titoli di Libero. Il bal­letto di cifre. I giocatori di basket dei playground si sentono ancora più americani. Il lento ritorno alla normalità. La7 manda in onda La guerra dei robot. Il prezzo del petrolio. I clandestini sotto le macerie. Il baseball riparte. L’opportunità di investire in titoli dell’area Euro. Il buy back. Il panic selling. Il ground zero.

Prodi ascoltava jazz a Yalta quando ha avuto la notizia. La coper­tina del disco del gruppo rap dei Coup, con le torri gemelle in fiamme. Il poliziotto americano coi muscoli gonfi dà il via alla riapertura del­la borsa. MTV America manda in onda video discreti ed emotivamen­te non coinvolgenti. Bush vuole Bin Laden vivo o morto. Berlusconi è stato avvisato dalla sua segretaria mentre lavorava ad Arcore. Le borse europee rimbalzano. Nel bar sotto casa, all’ora di pranzo, c’è musica commerciale da discoteca. Il mio amico cambia lavoro per non prendere più l’aereo. Clinton aveva mandato un killer da Bin La­den nel 1998 . Ciampi viene a sapere del fatto perché la signora Fran­ca urla nell’ altra stanza. I Sonic Youth hanno avuto lo studio distrutto dal crollo delle torri gemelle. La gente sull’Eurostar Roma-Milano al cellulare parla solo dell’ora in cui arriverà. I film di guerra di Hol­lywood ritirati dalle sale. L’editoriale della direttrice di Novella 2000 dice di pubbl icare le tette della Carrà per esorcizzare la paura.

Il cosa stavi facendo quando hai saputo.

Massimo Coppola e Alberto Piccinini con Giovanni Robertini. Brand:new