Quando sono a Parigi ci tengo a comportarmi come se fossi a Parigi. Sto sul divano, con Serge Gainsbourg sul piatto, la pioggia fuori dalle finestre e un libro sugli haiku. Belli, gli haiku, molto belli. Sono quelle piccole poesie giapponesi, tre versi soltanto, di cinque sillabe il primo, di sette il secondo e di cinque il terzo. Mentre stavo sul divano, la pioggia, Gainsbourg eccetera squilla il telefono. Era una tizia, una mia amica. Cioè, una mia amica. Sì, una mia amica.
“Ciao”, mi dice.
“Ciao”, le dico. “Che fai?”
“Che faccio? Niente, sono a Parigi, sto qua, sul divano, a Parigi”.
“Peccato che non sei a Milano, volevo invitarti a cena stasera … “
“Ah”.
“A casa mia”.
“Ah”.
Poco dopo, sdraiato sul letto, provavo a comporre qualche haiku.
Scarsi risultati.
Che cazzo faccio
a Parigi da solo
a legger haiku.
Una notte tormentata. Sarà per il ricordo degli haiku, per la beffa subita, per la pioggia parigina ma ho fatto strani sogni. Uno di questi sogni era un bel sogno, in effetti. Ho sognato che in un mondo migliore, tra le altre cose, i giocatori di pallone non rispondono alle domande dei giornalisti ripetendo la domanda ma con piccoli componimenti poetici. Haiku, appunto. Per esempio alla domanda riguardo un bel gol appena segnato Boban potrebbe rispondere:
Tredicesimo,
Un cross dalla trequarti
Ed io di testa.
Oppure:
Terreno secco
E dai venti metri la
Metto nel sette.
Sarebbe bellissimo, eccezionale. Il sogno continuava e nel mondo migliore anche i politici si esprimono con argutissimi haiku. Per esempio Bertinotti:
Piove a Roma
E tutti mi cercano
Ma io sto con me.
Poi nel sogno arrivava il turno di Berlusconi. Però nel sogno lui non ci riusci va. Rimaneva lì, a cercare le parole giuste, ma non gli venivano. Allora diventava tutto rosso, si metteva a piangere e scappava via. Poi mi sono svegliato. Purtroppo.
Hang on to you IQ, Live @ MCM Cafè
Massimo Coppola e Alberto Piccinini con Giovanni Robertini. Brand:new



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