La recensione che leggerete nei prossimi 5-10 minuti rientra di diritto nella categoria discount: prendi 2 e paghi 1. Suvvia, in fondo avere un blog è un po’ come gestire una salumeria, per attirare i clienti ed invogliarli a comprare è necessario piazzare della merce in saldo, magari avanzano delle scorte di magazzino che bisogna smaltire ed è così anche per il blogger. Questo è un post sottocosto, dove non sono richieste nemmeno quei neuroni basilari per la comprensione poichè solo un deficiente può farsi scappare l’occasione di avere 2 recensioni al prezzo di una. E poi siete dei pazzi se cercate qualcosa di effettivamente serio su James Blunt :), ma ora la pianto che ho raggiunto ampiamente il mio obiettivo di cominciare questo articolo con una metafora che non ci azzeccasse una mazza col resto.
James Blunt è uno che ci fa alla grande: nei video fa il Romeo disperato che non riesce a conquistare la figa di turno che proprio non gliela vuole dare o si dispera del fatto che la figa di turno non gliela dia più, mentre nella vita privata se la spassa con Paris Hilton e va ad ubriacarsi in discoteca. Insomma non è proprio il primo della lista ma neanche l’ultimo degli stronzi (quest’ultima robettina qua l’ho presa da Fossi Figo di Elio e le Storie Tese, non sia mai che non li citi, magari c’hanno na Licenza Creative Commons e mi citano loro a me!).
Musicalmente quel che offre è un adult-pop, risultato di un perfetto incrocio tra Chris Martin ed il primo Robbie Williams.
Ma andiamo con ordine, avanti col primo album.
Back to Bedlam rientra nella schiera dei primi album miracolosi, quelli che in un sol colpo scalano le classifiche, viziano i critici e fanno sfregare le manine ai discografici. Come in ogni primo album che si rispetti (vedere anche la voce Mika) ogni pezzo è perfettamente strumentato ed arrangiato per essere potenzialmente messo sul mercato come singolo. In questo album è difficile trovare un pezzo che non faccia la sua porca figura da solo. James Blunt fa un pop intimista e cantautorale molto affine a certa musica che spopolava nei juke box degli anni ‘70, e anche il suo look e la stessa copertina dell’album riprendono molti stilemi del periodo, quindi non sarebbe strano trovare padre e figlio che si contendono il suo album perchè al primo ricorda i tempi andati passati a strimpellare le canzoni di Battisti sulla spiaggia, mentre al secondo conferisce quell’aria romantica e riflessiva che fa sospirare le ragazzine (na roba alla Dawson’s Creek per capirci)…se ovviamente non sono già troppo prese dai Tokio Hotel :). Ma ora veniamo al bello, perchè le sviolinate nei confronti dell’album terminano qui, ora le manine me le sfrego io.
La pecca maggiore di quest’album è di suonare gia vecchio e soprattutto già sentito fin dal primo ascolto, i pezzi confezionati ormai appartengono fin troppo almeno al mio background musicale che sfondano una porta spalancata. Piacciono si e subito, quindi gli ascolti successivi non fanno altro che mettere sempre più in luce i difetti dei pregi. Blunt è andato sul sicuro, ha realizzato un album perfetto nella sua paraculaggine con l’obiettivo specifico di entrare immediatamente nella testa dell’ascoltatore sennò non mi riesco a spiegare perchè Tears and rain è così uguale ad High e Cry è uguale fino all’imbarazzo a You’re Beautiful, sennò non mi spiego perchè Wiseman mi ricorda Cry me a River di Justin Timberlake e No Scrubs delle TLC, sennò non mi spiego perchè Billy mi ricorda i Blur, i Beatles e David Bowie con contorno di cipolle di tropea. Quest’album è un’insalata mista con tanto di carote e finocchio. Un ottimo piatto estivo per rimanere in linea con la spensieratezza della stagione.
James Blunt ci faceva proprio da quando ha messo piede nello showbiz.
Per concludere. Bell’album da apprezzare in piccole dosi sennò ci si assùefa, assuefà, Maccio Capatonda solo tuo puoi aiutarmi a risolvere l’enigma dell’accento! Da ascoltare con il proprio partner mentre si scambiano calde effusioni.
Consigliato ai nostalgici, ai romantici e a chi ama gli ascolti poco impegnativi.
Brani migliori. High, Out of my mind, Tears and rain, Wiseman.

High
All the lost souls è uscito l’anno scorso cercando di ribadire che il suo autore non è una meteora come molti potrebbero pensare. Infatti, differentemente da altri gruppi che al secondo album non ci hanno pensato due volte a riciclarsi senza ritegno, Blunt fa un discorso molto onesto, conoscio di aver raggiunto il successo grazie a ballad come You’re Beautiful si assesta su questa tipologia di melodia e cerca di declinare possibili soluzioni che risultino orecchiabili ma non melense. E ci riesce anche bene. Questo secondo lavoro, rispetto al disco d’esordio, è molto più omogeneo, non sembra una raccolta di pezzi sui nostalgici anni ‘70 ma ha una coerenza che lo rende un ascolto “serio” per così dire. Sono presenti dei pezzi ritmanti, ma su 10 brani se ne ritrovano solo due: 1973 che a tratti ricorda qualcosa dei Coldplay e Give me some love, pezzo scherzosamente glam-rock che ripropone tutti quei riferimenti già presenti nel primo lavoro: Blur, Bowie, Beatles, Oasis (che con i Beatles vanno a braccetto). Il resto dei pezzi oltre che attingere comunque a piene mani dall’eredità britannica presentano anche dei riferimenti al songwriting americano, I really want you da come è cantata ed eseguita sembra quasi rubata a Tracy Chapman, One of a brightest star l’avrebbe cantata un felice Elliott Smith alla propria figlia per farla addormentare, mentre i primi accordi di Shine on ricordano pericolosamente Stand by me di Ben E. King ma pensiamo che sia solo un omaggio. Perchè devo fare sempre la figura della malopensante non lo so
.
Per concludere Blunt ha realizzato un album nostalgico ed angoscioso, con un retrogusto appena allegro…forse è un po’ depresso ultimamente e non sa che pesci prendere il ragazzo. Non gliela danno! E’ un disco senza infamia e senza lode, musicalmente più maturo del primo e allo stesso tempo anche più furbo visto che lo stesso Blunt, e molto probabilmente chi gli sta attorno, capito cosa volesse il pubblico batte il ferro finchè è caldo. Solo il prossimo lavoro può confermare se il ragazzuolo ci è o ci fa: se si presenta con un’altro po’ di melassa magari solo 1 po’ variegata all’amarena allora non esiste niente di poetico e il ragazzuolo è soltanto l’ennesimo prodotto commerciale da esporre sullo scaffale dei diuretici; mentre se invece decide di proporre qualcosa di più personale che non somigli agli articoli già sponsorizzati nel vecchio catalogo si può sperare sulla sua buona fede.
Intanto questa è la seconda volta che ci prende tutti per culo. Sappiatelo.
Copertina di merda che un software a caso dell’Adobe potrebbe realizzare e il lavoro di lettering fa pensare ad un locale per spogliarelliste. Ah, Blunt Blunt Blunt!!
Brani migliori. 1973, I’ll take everything, Annie.

1973



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